11/06/2004, 00.00
CAMBOGIA
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Giovani insoddisfatti del buddismo si convertono al cristianesimo

Phnom Penh (AsiaNews) – Dal 2000 è missionario in Cambogia: padre Mario Ghezzi, sacerdote del PIME, è parroco a Beng Tom Pun, un sobborgo della capitale. Presta il suo servizio anche nel seminario come padre spirituale dei tre seminaristi cambogiani attualmente in cammino verso il sacerdozio.

Quale chiesa ha incontrato in Cambogia?

Una chiesa giovane nella fede e fatta di giovani, che sono la stragrande maggioranza dei cattolici cambogiani. Ad esempio, nella mia parrocchia la messa domenicale è frequentata da 200 persone: gli adulti sono solo una quindicina, tutti gli altri sono giovani sotto i 25 anni. Di questi, 100 sono catecumeni.

Cosa significa per la vita pastorale questa predominanza di giovani?

La chiesa in Cambogia è aperta al futuro, ricca di entusiasmo: i giovani vivono la loro fede in Gesù con grande coinvolgimento. La scelta di chiedere il battesimo e di diventare cattolici li mette in forte contrasto con la cultura buddista.

Ad esempio?

Un ragazzo battezzato da poco, pieno di entusiasmo, mi diceva: "Quando parlo della mia conversione ai miei compagni di università, mi chiamano traditore della nazione". Nella mentalità cambogiana, un khmer è per forza buddista: se uno si converte, diventa un traditore della patria.

La forte presenza di giovani crea difficoltà nella chiesa?

C'è un po' di scontro generazionale con gli anziani. I giovani portano con sé la fragilità e la debolezza tipiche della giovinezza, non hanno alle spalle una tradizione e una comunità adulta e matura nella fede. Questo però è stimolante perchè impegna i giovani ad assumere responsabilità e a formarsi bene. Il catecumenato dura 3 anni, ogni domenica c'è l'eucaristia e la catechesi: chi non è convinto in profondità, non arriva al battesimo.

Questi ragazzi, come vengono a conoscere la fede?

Spesso in modo casuale: un'amicizia, una conoscenza, un incontro. Oppure a scuola: a Phnom Penh c'è un istituto fondato da una coppia francese che accoglie 2 mila ragazzi strappati al lavoro nella discarica della città. Alcuni di questi ragazzi sentono parlare di Gesù, si interessano della fede e iniziano a frequentare la chiesa. Altri conoscono dei missionari, ad esempio nei campi profughi: la carità dei cristiani colpisce molto i buddisti.

Come vivono i giovani il ricordo del genocidio di Pol Pot?

Non ne parlano, nessuno ne parla, neppure gli adulti: la ferita di quel dramma è ancora aperta e nessuno vuole toccare l'argomento. 

Cosa spinge un giovane buddista ad interessarsi di Gesù?

Il buddismo non ha risposte alle domande essenziali dell'uomo. "Quello che ti succede, è dal tuo karma" dice normalmente la gente: tutto è deciso dal destino. Le nuove generazioni si trovano in forte contrasto con questa visione fatalista della vita. Il cristianesimo parla di libertà e di responsabilità, e questo diventa liberante per i giovani. I ragazzi buddisti che diventano cristiani vivono una vera rivoluzione interiore. Credo comunque che ogni conversione sia un mistero. La notte di Pasqua ho battezzato 12 catecumeni; mi sono chiesto: "Perché questi, e non altri?". Mi sono detto che quelli erano "pescati" dallo Spirito santo. Resta un mistero anche il fatto che fino al 1970 non ci sia stata nessuna conversione fra i khmer: le conversioni sono iniziate con la ricostituzione della chiesa nel 1990.

Quale aspetto del vangelo ha colpito di più catecumeni che lei ha battezzato?

L'amore cristiano e il perdono. Un ragazzo mi raccontava: "Quando ho sentito raccontare per la prima volta la lavanda dei piedi di Gesù nel cenacolo, mi sono detto: Ecco veramente un amore pure, gratuito e totale". Un'altra ragazza mi diceva: "Per me, lo scambio della pace durante la messa è un segno molto forte: lì tutti si guardano come fratelli e si perdonano l'un l'altro".  (LF)

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