17/11/2020, 11.12
LIBANO - ARMENIA - FRANCIA
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Il 'vivere assieme' libanese, modello di convivenza per Armenia e Francia

di Fady Noun

L’esempio fornito dal Paese dei cedri, pur con i suoi limiti, è esempio per società dilaniate. La Francia nello scontro fra nuovo laicismo ed estremismo religioso islamico. L’Armenia e la guerra con l’Azerbaijan e la fuga di una popolazione in lacrime, costretta ad abbandonare case e chiese. In mancanza di una vera cittadinanza, in LIbano il singolo realizza il vivere in comune, che vince l’odio.

Beirut (AsiaNews) - Il “vivere assieme” in Libano, è la  vocazione storica individuata e conferita da papa Giovanni Paolo II al Paese dei cedri. Essa è da lui proposta -  con grande onore e somma confusione per noi - come “modello per l’Oriente e l’Occidente”. L'idea viene rispolverata ancora una volta, nel contesto di un mondo in cui le società multi-religiose sono in costante progressione, non senza frizioni, guerre e talvolta atroci massacri. 

Nell'omelia pronunciata domenica 15 novembre, nel corso della quale egli ha attaccato quanti ritardano la formazione di un governo guidato da Saad Hariri - e che finiscono per fare il gioco di quanti vogliono “affossare il Grande Libano” creato con il Trattato di Versailles del 1919 -  il capo della Chiesa maronita, il card Beshara Raï ha cercato di confortare gli armeni del Nagorno-Karabakh che l’Azerbaijan ha appena conquistato sul piano militare. Il porporato ha proposto loro il “vivere assieme” del Libano come modello, incoraggiandoli a non fuggire dai loro focolai domestici e dai loro santuari, ma di accettare la coesistenza in armonia e buona volontà con i musulmani dell’Azerbaijan, nel contesto di uno Stato multiculturale e multi-religioso. Una realtà in cui i fedeli delle due grandi religioni, musulmana e cristiana, possano convivere fianco a fianco in un clima di accettazione reciproca. 

“In questi ultimi giorni ha destato grande commozione - ha detto il patriarca maronita - il vedere i nostri fratelli armeni del Nagorno-Karabakh (Astsakh) abbandonare in lacrime le terre che hanno perduto, assieme alle loro chiese e ai loro monasteri, ivi compreso il celebre monastero di Dadivank, costruito fra l’XImo e il XIIImo secolo”. Esso, ha proseguito il porporato, “risale in realtà ai primi tempi della prima era cristiana e al suo interno sono conservate e celebrate le reliquie di san Dadi (risalente al primo secolo, discepolo dell’apostolo Giuda Taddeo, ndr)”. Gli hanno detto addio, baciandone le pietre e inondandole con calde lacrime. Desideriamo per questo esprimere loro di nuovo la nostra vicinanza e la nostra solidarietà e compassione. Tuttavia, diciamo loro al tempo stesso di conservarlo, di preservare la loro eredità, il loro patrimonio e le loro proprietà sulle terre che hanno perduto, in nome della Carta dei diritti dell’uomo e della fraternità umana e dei suoi principi messi in evidenza dal ‘Documento sulla fratellanza umana’ firmato da Sua Santità papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar, sheikh Ahmed al-Tayeb ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019. Bisogna che il vivere in comune trionfi sullo estraniamento e sull’odio”. 

Certo, se la Chiesa maronita osa proporre al popolo armeno di intraprendere questo cammino, così irto di pena e di difficoltà come sembra apparire ora, è proprio perché ha vissuto tutti i giorni la medesima esperienza attraverso questi ultimi 14 secoli, e può ben dire di sapere ciò di cui parla. 

Nel messaggio di solidarietà al popolo armeno pubblicato qualche giorno fa dai patriarchi orientali, questi ultimi avevano già evocato questo vivere assieme “con le sue giornate di gioia e i suoi momenti di difficoltà”, i suoi conflitti, i suoi rovesciamenti e i suoi trionfi. I patriarchi orientali non parlano tanto per dire, ma sanno bene che questa partnership richiede tanto la perseveranza, quanto uno sforzo quotidiano non comune. 

Ed è proprio in base a queste circostanze, questi consigli che il patriarca e il collegio episcopale maronita danno agli armeni del Nagorno-Karabakh, che il saggista e docente universitario Mona Fayad li propone a una Francia sconvolta da attentati terroristi commessi in nome dell’islam. In un articolo apparso sul sito “Al-Hurra”, la studiosa tenta di applicare ai transalpini lo schema per il vivere assieme usato dai libanesi. Ascoltiamo quello che dice: “La risposta al Jihad totalitario in Francia è stata il nuovo radicalismo laico, che l’intellettuale francese di origine iraniana Farhad Khosrokhavar, direttore dell’Osservatorio sulla radicalizzazione alla Fondazione Maison des sciences de l’homme, ha chiamato ‘neo-laicismo’. In molti scorgono al suo interno una nuova religione civile, con i suoi riti, il suo sacerdote e le sue eresie [...] Non accontentandosi più della neutralità dello Stato, [questo neo-laicismo] aspira piuttosto alla neutralità religiosa della società [...] Al contempo, la laicità ha acquisito un nuovo senso che entra in conflitto con il suo ruolo di preservare lo Stato mantenendolo al di fuori della sfera religiosa”. 

“Di fronte a tutto questo, il Libano e i libanesi nelle loro divisioni, nella loro frammentazione e nel crollo del loro Paese, possono sembrare poco qualificati per dare consigli di qualsiasi sorta. Ciononostante, anche se noi manchiamo di tutte le componenti di uno Stato che protegge i propri cittadini o la propria sovranità, abbiamo al contempo un vantaggio unico che sembra il solo efficace per cacciare le avversità che portano alcuni, a volte, a imporre la loro agenda dall’esterno [...] Perché ogni volta, solo il vero ritorno al vivere insieme che è fonte di unità, con tutte le nostre componenti e le diverse comunità, ci protegge. Si tratta di una pratica quotidiana che ricopre tutti gli aspetti della vita, e ci permette di vivere assieme e in pace”. 

“Sappiamo tutti che quando un libanese incontra un altro libanese, quest’ultimo non necessariamente potrebbe portare segni identificativi sulla propria appartenenza religiosa. Sta dunque a lui cominciare a fare una serie di domande sul nome, la regione in cui è nato, i suoi legami di parentela, per risalire alla sua identità. Alcuni possono pensare che queste domande siano prova di intolleranza. Ma questo non è affatto vero. Ciò è prova, al contrario, che l’interlocutore vuole conoscere l’identità religiosa della persona cui si rivolge, per evitare possibili attriti e offese, non conoscendone la fede professata. Questa è una sorta di autocensura, il cui obiettivo finale è la moderazione. La coesistenza consiste nell’evitare di offendere o di insultare l’altro. Sono centinaia di anni che noi la sviluppiamo [...] Essa non richiede amore, quanto piuttosto il rispetto reciproco e l’accettazione dell’altro, in tutte le sue differenze. In Svizzera, i tedeschi e i francesi non si amano per forza, ma coesistono in pace sotto il comune ombrello della cittadinanza e dell’uguaglianza, e fanno affidamento alle leggi e a coloro i quali sono chiamati ad applicarle”. 

“In mancanza di una vera cittadinanza in Libano, il singolo individuo, il libanese, pratica di per sé il vivere in comune, in tempo di guerra come in pace, dalla fondazione del Grande Libano. Non è affatto da escludere che i francesi possano trarre giovamento dalla nostra esperienza, nel modo in cui si deve interagire con l’altro, rispettandone il suo credo e i valori sacri. Ciò, tuttavia, presuppone l’accettazione del suo diritto a esistere, nella sua peculiare diversità” conclude Mona Fayad. 

Certo, molto ancora vi è da dire sotto questo aspetto, ma non vi è alcun dubbio sul fatto che quanto accadrà, non farà altro che confermare questo percorso per il futuro”.

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