25/03/2018, 11.41
EGITTO
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Il Cairo, elezioni presidenziali dal risultato scontato

di Loula Lahham

Le urne aprono domani. La scelta è fra l’ex generale Al-Sissi e un oscuro Moussa Moustapha Moussa, candidato dell’ultimo minuto. Altri candidati (e oppositori) di punta si sono ritirati o arrestati. Timori di astensione e di violenze da parte dello Stato islamico. Ieri, un attentato ad Alessandria: due morti e cinque feriti gravi.

Il Cairo (AsiaNews) – Da ieri il silenzio elettorale è cominciato su tutto il territorio egiziano in preparazione alle elezioni presidenziali che si terrano per tre giorni a partire da domani 26 marzo.

Su un totale di 100 milioni di egiziani, 60 milioni di elettori sono invitati ad andare alle urne. Essi dovranno scegliere uno dei due unici candidati presidenziali: o il presidente uscente, Abdel-Fattah Al-Sissi, che guida il Paese da quattro anni, o un certo Moussa Moustapha Moussa, presidente di un minuscolo partito politico, Al-Ghad (Il domani). Le urne apriranno le porte il 26, il 27 e il 28 marzo dalle 9 del mattino alle 7 di sera.

Senza alcuna contestazione, gli osservatori assicurano la vittoria garantita del presidente uscente Abdel-Fattah Al-Sissi, per un secondo mandato di 4 anni. Il solo vero ostacolo per lui è che un gran numero di elettori pensano di astenersi dal voto, sapendo già il nome del vincitore. In effetti, il tasso di partecipazione alle urne costituisce la questione più grande.

Chi è Abdel-Fattah Al-Sissi ?

È un ex generale dell’esercito egiziano che ha preso le redini del potere nel giugno 2014, dopo il sollevamento popolare contro il regime islamista dei Fratelli musulmani. Fra i 30-35 milioni di egiziani si sono sollevati negli ultimi tre giorni di giugno 2013 per contestare il regime politico religioso che aveva rafforzato il fondamentalismo integrista musulmano, nuocendo all’unione nazionale dei cittadini e mettendo in pericolo la situazione dei cristiani copti.

Cercando di far rivivere l’economia in difficoltà, egli si è lanciato in progetto grandiosi di infrastrutture che segnano dei grandi successi, ma la svalutazione della lira egiziana da parte del Tesoro nel 2016, ha suscitato un aumento estremo dei prezzi, che colpiscono i cittadini di un Egitto che soffre di crescente povertà. I suoi avversari lo criticano anche per la mancanza della libertà di espressione e per lo Stato poliziesco che gestisce.

Abdel-Fattah Al-Sissi, 63 anni, ha anche dato l’ordine per ristabilire la sicurezza e la stabilità nella penisola del Sinai, per mettere fine all’insurrezione jihadista che ferisce questa regione da almeno cinque anni. L’operazione ha potuto indebolire lo Stato islamico (SI) nel Sinai, che comprende un migliaio di militanti radicali. Ma, secondo osservatori, essa non ha portato ad alcuna vittoria decisiva e non ha messo fine agli attacchi dell’SI.

Moussa Moustapha Moussa, candidato dell’ultimo minuto

È l’unico concorrente, dato che gli altri pretendenti seri sono stati arrestati o spinti a ritirarsi. Il candidato Khaled Alì, una delle figure emblematiche della rivoluzione del 25 gennaio 2011, ha subito forti pressioni per ritirarsi. L’ex generale Ahmad Chafiq aveva annunciato la sua candidatura dopo una visita negli Emirati arabi uniti. Al suo ritorno in Egitto, egli ha rinunciato. Il gen. Sami Annan, ex capo di Stato maggiore, è stato accusato dalla giustizia militare. Il colonnello Ahmad Konsowa, anche lui candidato, è stato messo in prigione per “comportamento che nuoce alle esigenze del sistema militare”.

Occorreva dunque un candidato per completare lo scrutinio pluralista. Alcune voci, smentite ufficialmente, dicono che Moussa Moustapha Moussa è stato scelto dal regime. Egli è il capo di un piccolo partito liberale che non dispone di alcun seggio in parlamento e non rappresenta una candidatura seria, dato che prima di candidarsi, egli sosteneva il presidente uscente. Egli ha posto la sua candidatura 15 minuti prima della chiusura ufficiale delle candidature, lo scorso 29 gennaio.

Colpo di scena dello Stato islamico

A 48 ore dalle elezioni, ieri verso le 11 del mattino, un’auto-bomba è esplosa al passaggio di un convoglio del generale della polizia Moustapha Al-Nemr, direttore della sicurezza al governatorato di Alessandria, seconda città d’Egitto (220 km a nord-ovest del Cairo, sul Mediterraneo). Il generale è indenne, da due agenti hanno trovato la morte e altri cinque sono gravemente feriti. Il procuratore generale Nabil Sadek ha aperto un’inchiesta urgente: si tratta di un atto terrorista, rivendicato da uno dei rami di Daesh, infiltrate nel Paese.

Le autorità prevedono una possibile crescita di violenze durante le elezioni. Per questo, migliaia di agenti della polizia, e altre migliaia delle forze armate egiziane sono dispiegati per rendere sicure le elezioni nelle città più importanti, dal nord al sud della valle del Nilo, come pure nelle città del deserto orientale e occidentale e nella penisola del Sinai.

Tutti i governatorati sono pronti a far sì che i risultati definitivi siano annunciati il 2 aprile.

In ogni modo, gli elettori sono divisi fra il sì e il boicottaggio. Intanto, cresce la tensione fra le organizzazioni non governative e quelle per i diritti dell’uomo, soprattutto per la mancanza di libertà la recente espulsione di Bel Trew, la corrispondente del Times di Londra al Cairo.

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