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» 22/08/2012 08:22
NEPAL
Il Comitato Onu per i diritti umani simbolo del fallimento della giustizia nepalese
di Kalpit Parajuli
Sempre più persone si rivolgono all’organismo indipendente delle Nazioni Unite, perché la magistratura è incapace di tutelare i diritti dei cittadini. Fonti governative confermano: il numero degli appellanti “aumenta ogni anno”. La crisi politica ha bloccato una seria riforma della magistratura. E i casi di violenze e sparizioni restano impuniti o irrisolti.

Kathmandu (AsiaNews) - Privati dei diritti di base e di un equo processo, un numero sempre crescente di cittadini nepalesi vittime di violenze e abusi si rivolge al Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani - piuttosto che alla magistratura ordinaria - per ottenere giustizia. I querelanti accusano lo Stato di aver violato i loro diritti civili e politici, sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (Iccpr) sottoscritta a suo tempo da Kathmandu. Fonti ministeriali e governative nella capitale confermano ad AsiaNews che il numero delle vittime che si rivolgono all'organismo indipendente Onu "aumenta ogni anno", con una crescita esponenziale a partire dal 2009. Fra le ragioni, il fallimento del sistema giuridico nazionale e l'incapacità della macchia della giustizia di rispondere alle denunce finora presentate.

Fino al 2009, raccontano personalità governative, solo tre persone si sono rivolte al Comitato per i diritti umani; ora, il numero "ha raggiunto i 21" e i casi fanno sempre più riferimento a episodi di tortura, sparizioni forzate e omicidi extra-giudiziali avvenuti in particolare durante gli anni della guerra civile che hanno portato alla nascita della Repubblica federale. Tra le cause seguite dall'organismo delle Nazioni Unite le morti eccellenti di attivisti e membri di organizzazioni studentesche fra cui Subhadra Chaulgain, Chakra Bahadur Katuwal, Gyanendra Tripathi e Sarita Tharu.

Secondo l'attivista per i diritti umani Mandria Sharma, che si è battuto a lungo per fare chiarezza sulla scomparsa di Gyanendra Tripathi portando la vicenda davanti alla Commissione, in alcuni casi sono gli stessi organismi nazionali e gli organi preposti a fare giustizia "a rifiutarsi di ricevere la denuncia e ad avviare un'indagine". E troppe volte, aggiunge, i criminali o i sospetti hanno potuto circolare liberamente senza nemmeno l'ombra di un'inchiesta a loro carico. "Questa situazione interna - conclude Sharma - ha seminato frustrazione fra le vittime e macchiato in modo indelebile l'immagine del Paese al cospetto della comunità internazionale".

A complicare il quadro attuale del sistema giudiziario, vi è anche la fine del mandato affidato all'Assemblea costituente ed è assai improbabile che il governo possa dar vita a un sistema transitorio che possa risolvere le questioni pendenti. Ancora oggi vi sono oltre 900 casi di persone scomparse durante il conflitto e ancora oggi la loro situazione è sconosciuta. I familiari chiedono giustizia e si appellano al governo per chiedere indagini approfondite, senza però risultati concreti.

L'instabilità politica, la crisi economica e l'assenza di una costituzione scritta hanno causato un revival della monarchia indù, caduta nel 2007 dopo 11 anni di guerra civile e migliaia di morti. In questi mesi l'ex monarca Gyanendra ha organizzato comizi in tutto il Nepal offrendosi per un suo ritorno alla guida del Paese. Ciò preoccupa i sostenitori della democrazia laica che temono un colpo di mano da parte dell'ex re e dei partiti indù. Nelle scorse settimane studenti legati ai partiti conservatori hanno attaccato decine di scuole straniere a Kathmandu e in altre zone, obbligando il governo a varare una manovra per cambiare i nomi degli istituti in lingua nepali, ridurre le rette. A tutt'oggi l'unico documento scritto che garantisce la laicità dello Stato è la costituzione ad interim del 2008.

 

 


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