24/04/2020, 12.59
ASIA
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Il crollo del prezzo del petrolio danneggia Cina e sud-est asiatico

La pandemia fa calare la domanda globale. Vendite della raffinerie cinesi scese del 20%. L’Indonesia perderà 6,2 miliardi di euro; la Malaysia 3,5 miliardi. Perdite anche per Vietnam, Thailandia, Singapore e Brunei.

Hong Kong (AsiaNews) – La caduta del prezzo del petrolio ai minimi storici non colpisce solo i grandi produttori mediorientali, la Russia e gli Stati Uniti, ma anche la Cina e alcuni nazioni del sud-est asiatico. I Paesi asiatici, grandi consumatori di energia, non traggono benefici immediati dal calo dei prezzi. Le misure di confinamento e il blocco delle attività economiche per combattere il coronavirus ne limitano infatti le capacità di consumo.

Ciò non favorisce le compagnie energetiche cinesi, soprattutto le grandi raffinerie; lo stesso vale per Indonesia, Brunei, Malaysia, Thailandia, Singapore e Vietnam, che dipendono molto dagli introiti fiscali derivanti dalla vendita del greggio e dei prodotti raffinati.

L’indice petrolifero Brent, usato negli scambi a livello globale, si aggira oggi intorno ai 21 dollari al barile. Prima della crisi pandemica superava i 50 dollari. Il taglio di circa 10 milioni di barili al giorno concordato dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e altri grandi produttori, tra cui la Russia, non ha fermato la corsa al ribasso dei prezzi.

La Cina è il primo importatore di gas e petrolio al mondo, ma anche il quinto produttore mondiale di greggio e un grande raffinatore. Secondo il Consiglio di Stato cinese, le vendite dei prodotti raffinati da parte delle compagnie statali sono calate del 20% tra gennaio e marzo.

Quest’anno, il governo indonesiano prevede di perdere 6,7 miliardi di dollari (6,2 miliardi di euro) in guadagni legati al business petrolifero: un problema per Jakarta, che è il primo produttore nel sud-est asiatico. La Malaysia stima di perdere entrate per un valore di 16,5 miliardi di ringitt (3,5 miliardi di euro).

Secondo la compagnia statale PetroVietnam, con un prezzo medio di 30 dollari al barile, lo Stato vietnamita perderà quest’anno 55mila miliardi di dong (2,2 miliardi di euro). Il valore delle riserve possedute dalle compagnie di raffinazione thailandesi si è ridotto di 10 miliardi di bath (287 milioni di euro).

Singapore, un altro importante raffinatore di greggio, ha ridotto la produzione tra il 10 e il 30% del suo potenziale. Il Brunei è sotto pressione per la caduta dei prezzi: i profitti dalla vendita del petrolio e del gas contribuiscono ai due terzi del prodotto interno lordo nazionale.

Le prospettive per il futuro non sono positive. Produttori e raffinatori asiatici temono che anche con un miglioramento del quadro economico globale nel secondo trimestre dell’anno, il loro settore faticherà a recuperare in tempi rapidi.

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