08/09/2021, 11.08
AFGHANISTAN-IRAN
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Il governo talebano non è come la Repubblica islamica

di Alessandra De Poli

Il regime iraniano è sciita, mentre l'Emirato islamico dell'Afghanistan si rifà al mondo sunnita. Nel nuovo esecutivo tutti i capi talebani hanno ottenuto un incarico, ma continua a esserci una dicotomia tra i pashtun delle città e quelli rurali che popolano le province vicino ai confini, spiega Riccardo Redaelli, professore di geopolitica all’Università Cattolica di Milano.

Milano (AsiaNews) - Non ha alcun senso paragonare il “nuovo” governo talebano con quello della Repubblica islamica dell’Iran. Anche se i talebani hanno detto di ispirarsi alla jumhūriya islāmiya khomeinista (ex arcinemico dell’Afghanistan), “dottrinalmente il confronto non regge”, spiega Riccardo Redaelli, professore di geopolitica all’Università Cattolica di Milano, che è stato più volte in Afghanistan con la missione Isaf della Nato.

“Nel mondo sciita esiste una ripartizione tra il potere politico e quello religioso. Il clero sciita è gerarchico, ci sono dei gradi di crescita e il massimo grado è occupato dal marjaʿ al-taqlīd”, che in senso letterale vuol dire “fonte di imitazione” ed è la figura con maggiore autorità dottrinale. Il marjaʿ al-taqlīd guida la comunità dei fedeli in attesa del ritorno del mahdi, l’imam nascosto che tornerà a salvare il mondo. “Questo sistema, massima espressione dello sciismo, funziona in Iran perché il rahbar, la Guida suprema, che oggi è Ali Khamenei, guida la Repubblica islamica in attesa del ritorno del mahdi”, continua Redaelli. “L’emiro è invece unico, non c’è uno sdoppiamento teologico, dottrinale e di gestione politica degli affari. Se fosse così sarebbe davvero una grande innovazione per il mondo sunnita”, spiega il docente, che negli anni '90 ha lavorato al confine tra Iran, Pakistan e Afghanistan.

Il mullah Haibatullah Akhunzada, leader dei talebani dal 2016, è il capo di Stato dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Il suo titolo è “comandante dei fedeli” (ʾamīr al-muʾminīn), ma non è solo una guida spirituale. Egli ha proposto come primo ministro Muhammad Hassan Akhund, inserito nella lista dei terroristi delle Nazioni Unite, mentre Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar (il fondatore dei talebani) che si pensava avrebbe occupato una posizione di spicco, ricoprirà invece il ruolo di vice primo ministro. Il figlio del mullah Omar, il mullah Yaqub, sarà ministro della Difesa, mentre il ministero dell’Interno è andato a Sirajuddin Haqqani, che ha una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa ed è figlio del defunto leader islamista Jalaluddin. Se non sono gli stessi personaggi degli anni ‘90, sono i loro eredi. 

“La rete Haqqani - sottolinea Redaelli - ha ideato la maggior parte degli attentati in Afghanistan degli ultimi 20 anni. Come ci si poteva aspettare che avrebbero formato un governo moderato?”. E non è nemmeno un governo inclusivo. “La loya jirga avrebbe potuto trovare applicazione nell’Emirato, ma non avrebbe comunque risolto la questione sulla forma di governo”. La loya jirga è una grande assemblea di notabili, tradizionalmente pashtun, ma negli anni passati ha incluso anche i rappresentanti degli altri gruppi etnici afghani. 

Anche se tutti i capi talebani hanno ottenuto un incarico, continuano a esserci divisioni interne, che non riguardano tanto le città, la capitale Kabul e Kandahar, storico centro di potere pashtun, ma le differenze all’interno dello stesso gruppo tribale. “La dicotomia non è tanto da ricercarsi tra questi due centri di potere, ma all’interno degli stessi pashtun, tra quelli urbanizzati e quelli rurali, che vivono vicino alle frontiere e sono più tradizionalisti”, continua il professore. Ed è una dualità storica. “In Afghanistan si dice che i Durrani hanno la corona, ma i Ghilzai hanno il fucile”. I Ghilzai (o Ghilji) sono la più grande etnia pashtun che mantenne il potere fino a quando la dinastia Durrani nel 1747 fondò il moderno Afghanistan.

Anche per queste ragioni è difficile immaginare che il nuovo governo riesca ad esercitare uno stretto controllo sulle province. Lontano da Kabul le violenze sono all’ordine del giorno. “Sappiamo che a ogni guerrigliero talebano è stata promessa in sposa una donna. Ora che sono arrivati al potere le tribù rurali si sentiranno legittimate a fare quello che vogliono”, commenta Redaelli. A rimetterci sarà (come sempre) la popolazione. Senza gli aiuti occidentali la crisi umanitaria rischia di diventare drammatica. Ma soprattutto, “i talebani non cadranno perché la gente muore di fame, a meno che la situazione non degeneri al punto che esplodano proteste e manifestazioni. Ma i talebani hanno sempre schiacciato le rivolte”.

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