19/05/2016, 11.46
COREA DEL SUD
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Il massacro di Gwangju “ferita ancora aperta per tutta la società coreana”

Il presidente della Commissione episcopale Giustizia e pace, mons. Lazzaro You Heung-sik, spiega ad AsiaNews l’importanza di commemorare le vittime del 1980: “Rappresentarono una svolta per il Paese, e ricordare il loro sacrificio è un dovere di chi ama la democrazia. Ma la pace è l’unica strada percorribile, e soltanto il dialogo può costruirla”. Il governo vieta di cantare l’inno simbolo della protesta, che pose le basi per la fine della dittatura militare in Corea del Sud.

Daejeon (AsiaNews) – La ferita inferta alla società coreana dal massacro di Gwangju “è ancora aperta. Le vittime di quella protesta fornirono le basi per una svolta in tutto il Paese, e ricordare il loro sacrificio è un dovere di chi ama la democrazia. Ma la pace è l’unica strada percorribile, e soltanto il dialogo può costruirla”. Lo dice ad AsiaNews il presidente della Commissione episcopale Giustizia e pace, mons. Lazzaro You Heung-sik, commentando le polemiche che hanno avvolto le commemorazioni del 18 maggio.

La principale riguarda la posizione del governo attuale, guidato dalla presidente conservatrice Park Geun-hye. Il suo premier, Hwang Kyo-ahn, ha partecipato insieme ad altri leader nazionali alla commemorazione della “Rivolta di Gwangju”, ma sono rimasti in silenzio durante il canto “March for our Beloved”. L’inno rappresentava negli anni della dittatura militare la volontà di democrazia del popolo ed era un aperto atto di accusa al dittatore Park Chung-hee, padre dell’attuale leader, all’epoca al potere.

Inoltre, diversi manifestanti si sono scontrati con la polizia mentre cercavano di esporre striscioni in cui si mettono a paragone padre e figlia: “Non volevamo provocare – dice uno dei partecipanti – ma soltanto rendere noto quello che tutti sanno. Ovvero che l’attuale Park ha imparato fin troppo bene la lezione del Park defunto, e quindi la nostra democrazia è a rischio”.

Il 18 maggio 1980 nella città di Gwangju, sesta città della Corea del Sud per numero di abitanti, esplose uno scontro tra gli studenti dell'Università Nazionale di Chonnam e diversi battaglioni delle Forze armate di stanza nell’area dopo l’annuncio della chiusura dell'ateneo. I giovani lamentavano la decisione presa dal governo, e accusavano l’esecutivo di “voler uccidere il libero pensiero”. I tumulti si estesero in modo progressivo all'intera città, che divenne simbolo della protesta anti-autoritaria e del sollevamento della società civile coreana, che reclamava con forza riforme politiche in senso democratico.

In nove giorni di violenti scontri e di repressione da parte delle forze governative, le vittime furono tantissime. Secondo il governo dell’epoca, i morti si fermarono a 144; secondo fonti dei media internazionali e diverse Ong, superarono le 1000 unità. La collera e lo sdegno dell'opinione pubblica per il massacro portarono a un ulteriore rafforzamento del movimento democratico, che riuscì ad allontanare la dittatura militare aprendo la strada alle successive riforme.

Oggi, spiega mons. You, “tutto questo è ancora valido. Il movimento è stato un fondamento della democrazia, che ha aperto la strada alla fine della dittatura. Ma dobbiamo pensare al futuro del Paese e alla sua stabilità: pur senza rinunciare mai alla verità e alla giustizia, dobbiamo cercare il dialogo e il rapporto con gli altri. Anche, soprattutto con chi non la pensa come noi”.

Proprio questa mattina il segretario del Partito conservatore di Gwangju, collegato alla presidente, è andato a trovare mons. You – vescovo di Daejeon – per parlare della situazione: “Gli ho offerto conforto per un momento davvero impegnativo. E gli ho ricordato che come cattolici noi cerchiamo di ottenere sempre il miglior risultato possibile davanti a qualsiasi situazione. Ma non sempre ci si riesce: ecco, proprio in questa eventualità bisogna sempre tenere a mente che il risultato è positivo se lo si è ottenuto mirando al meglio”.

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