28/10/2017, 12.07
PAKISTAN – CINA
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Il porto di Gwadar sarà la ‘testa di ponte’ della nuova Via della Seta cinese

Lo scalo fa parte del China-Pakistan Economic Corridor, uno dei progetti di punta dell’iniziativa “One Belt, One Road”. Oltre al porto, sono in fase di costruzione un aeroporto internazionale, scuole, impianti elettrici, una tangenziale. Lavoratori locali temono la concorrenza dei cinesi.

Gwadar (AsiaNews/Agenzie) – Grazie agli ingenti finanziamenti di Pechino, entro cinque anni il porto pakistano di Gwadar, nella provincia del Balochistan, diventerà il primo scalo asiatico per le merci che transitano via mare. Da porto in disuso situato in una delle aree più povere del Paese, esso sarà la testa di ponte della strategia cinese della nuova “Via della Seta”.

Lo sviluppo dell’area costiera fa parte del China-Pakistan Economic Corridor, un piano del valore di 54 miliardi di dollari (46,5 miliardi di euro), lanciato nel 2013 dalle autorità della Cina per collegare il proprio territorio all’Oceano indiano, passando per il Pakistan. Il corridoio economico è uno dei progetti di punta dell’iniziativa “One Belt, One Road” (Obor, negli ultimi mesi chiamata anche “Belt and Road Initiative”, Rbi): si tratta di un mega-progetto infrastrutturale di porti, ferrovie, strade, autostrade, con cui Pechino vuole far arrivare le proprie merci fino al cuore dell’Europa. Coinvolge in tutto 65 Paesi tra Asia, Europa e Africa.

Secondo le ambizioni cinesi, entro la fine dell’anno il porto di Gwadar arriverà a smistare un milione di tonnellate di merci. I costruttori ritengono che se i lavori dovessero seguire la tabella di marcia, entro cinque anni il porto diventerebbe il più grande scalo asiatico, con 13 milioni di tonnellate di merci l’anno. Entro il 2030, si potrebbe toccare la soglia dei 400 milioni di tonnellate.

Il porto di Gwadar è stato scelto per la sua posizione strategica. La città è chiamata la “porta del vento”, a metà strada tra Medio oriente, Asia centrale e Asia del sud. Il piano comprende il primo porto d’acqua profonda del Paese, una zona di libero scambio e 50 chilometri di spazio destinati alle banchine.

La città stessa cambierà volto: le stime prevedono che la sua popolazione, composta oggi da 100mila abitanti, aumenterà di 10 volte entro il 2050. I fondi cinesi porteranno la capienza dell’ospedale cittadino dagli attuali 50 a 300 posti letto; è in fase di costruzione un istituto tecnico-professionale; gli operai stanno installando una centrale elettrica a carbone da 300 megawatt e un impianto per la desalinizzazione; è in fase di edificazione un nuovo aeroporto internazionale e una tangenziale a sei corsie che collegherà il porto con il resto del Pakistan.

Per generazioni il commercio della zona è dipeso dalla pesca e dalla costruzione artigianale di imbarcazioni. Ora gli abitanti sperano che il progetto stimoli l’occupazione e la crescita. “Siamo contenti che i cinesi stanno costruendo il porto, ospedali, scuole e strade – affermano alcuni pescatori – ma purtroppo per il momento l’unica conseguenza è la mancanza di energia elettrica e acqua potabile per gran parte della giornata”.

Allo stesso tempo alcuni esperti evidenziano le ripercussioni negative che il progetto potrebbe avere sulle risorse ittiche, che da secoli rappresentano il principale mezzo di sostentamento della popolazione locale. Le aziende locali temono anche la concorrenza di lavoratori cinesi, ingegneri e imprese. Altri lamentano la presenza di lavoratori cinesi, che vivono in una specie di “Chinatown” sorta tutt’attorno ai cantieri. Dostain Khan Jamaldini, presidente della Gwadar Port Authority, tenta di fugare le preoccupazioni: “Circa il 65% della forza lavoro è pakistana. I cinesi sono solo 300”.

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