23/12/2015, 00.00
CINA
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Il triste Natale dell’economia cinese, sempre più vicina al crollo

di John Ai
La crisi economica nel Paese non accenna a diminuire, e il mercato dell’imprenditoria rimane in mano alle aziende statali. Le ricette di “trasformazione” proposte dai leader porteranno disoccupazione e delocalizzazioni, mettendo a rischio il futuro di milioni di giovani che si affacciano al mondo del lavoro. La risposta delle autorità è un maggiore controllo sociale, con arresti e limitazioni anche al mondo delle religioni. Il futuro non promette bene.

Pechino (AsiaNews) – La depressione dell’economia mondiale ha messo la Cina sotto pressione, dato che anche il settore manifatturiero destinato alle esportazioni è in un periodo “invernale”. Alla fine di novembre, le statistiche hanno mostrato un calo dell’export cinese per il quinto mese consecutivo; le importazioni, dato senza precedenti, erano in rosso per il 13mo mese di fila.

La decrescita della domanda ha abbassato la produzione e ha fatto crollare il prezzo delle merci. La lentezza della performance economica ha colpito anche il settore manifatturiero. I leader politici cinesi puntano a trasformare l’economia in modo che la crescita abbandoni il mercato guidato dagli investimenti per trasformarsi in un’economia basata sulla domanda interna e sul mercato dei servizi. Ma la trasformazione delle industrie tradizionali, basate sul lavoro intensivo, ha davanti a sé una lunga strada.

La forza lavoro è abbondante in Cina, ma oggi l’occupazione ossessiona gli imprenditori. Il vantaggio fornito dal basso costo del lavoro nella provincia meridionale del Guangdong non è più rilevante. I dirigenti tendono a rilocalizzare le proprie industrie nelle province dell’interno, o addirittura a delocalizzare nel Sud-Est asiatico. Inoltre i lavoratori stanno realizzando sempre di più che l’influsso dei giovani migranti, meglio istruiti, sta cambiando la propria fascia sociale.

Le nuove generazioni cercano salari migliori, condizioni di lavoro più accettabili, welfare e assicurazioni sociali. La consapevolezza dei propri diritti aumenta e porta a dispute sul lavoro: i dipendenti ora negoziano con i propri datori di lavoro, vanno in sciopero o manifestano per mettere sotto pressione gli industriali e i governi locali. Organizzazioni non governative e avvocati intervengono per dare l’aiuto necessario e alcuni attivisti sono arrivati persino a creare propri sindacati indipendenti (subito sciolti dalle autorità).

Secondo il China Labour Bulletin, Ong sindacale con base a Hong Kong, il numero di scioperi e proteste sul lavoro ha toccato nel novembre 2015 il massimo storico. L’aumento di questi fenomeni, la chiusura delle fabbriche e la fuga dei dirigenti sono collegati con il costante rallentamento del manifatturiero in Cina. La domanda e le esportazioni calano, i boss con problemi finanziari rifiutano di pagare i salari (oppure spariscono) e i manifestanti vengono considerati “fonte di problemi” e arrestati. Le autorità danno sempre la priorità alla stabilità.

Dongguan, una volta prospera città sul delta del fiume delle Perle, è stata colpita dall’aumento dei costi del lavoro e dal calo dell’export. Mentre si avvicina la fine dell’anno si nota la differenza: una volta in questo periodo le industrie ricevevano più ordini, assumevano più personale e spingevano per fare gli straordinari. Oggi le aree industriali della città si sono raffreddate. Le principali industrie di Dongguan sono piccole e medie imprese che operano nel settore elettronico, dei giocattoli, dei prodotti in pelle e dell’abbigliamento.

Li Jiang, professore alla Sun Yat-sen University, spiega che nel periodo intercorso fra la crisi finanziaria dell’Asia del 1997 e la crisi finanziaria globale del 2008 Dongguan ha vissuto la sua “età dell’oro”, divenendo la base mondiale per la produzione e la manifattura del mercato dell’IT. I profitti delle cinque industrie locali quotate in Borsa sono crollati. La Janus Dongguan Precision Components Co. Ltd, che rifornisce la Samsung, ha perso circa 169 milioni di yuan nella prima metà del 2015.

Le industrie, colpite da questo trambusto, si sono svuotate: sono apparsi ovunque nell’area industriale cartelli di “affittasi”, gli avvisi di assunzione ai cancelli delle fabbriche sono oramai scaduti e quelle aziende che ancora riescono a farcela non assumono più. Nel 2014 alcune voci sostengono che a Dongguan siano state chiuse 4mila imprese, anche se le autorità non confermano. Yuan Baocheng, sindaco locale, sostiene che alcune aziende abbiano fatto bancarotta “senza informare l’amministrazione centrale”, ma ammette che l’economia affronta oggi “sfide molto serie”, in particolare proprio per le piccole e medie imprese.

Secondo il National Business Daily, la contrazione dell’occupazione ha creato problemi alle società di lavoro interinali. Lo Yangcheng Evening News riporta che alcune grandi industrie hanno iniziato a non pagare i festivi a quasi due mesi dalla festa di Primavera.

La stessa storia va in scena nella città di Wenzhou, sulla costa orientale. Gli industriali locali sono dei mercanti nati. Tuttavia questi preferiscono la speculazione, l’espansione cieca, la diversificazione: e i prestiti bancari sono divenuti un potenziale esplosivo per gli investitori privati. Dal 2008 il governo cinese ha promosso politiche simili, e più tardi è stato concesso alle compagnie di garantire le une per le altre a fronte dei prestiti bancari.

Ma nel 2010 la Banca centrale cinese ha stretto le sue politiche monetarie: le compagnie hanno iniziato a soffrire per la mancanza di liquidi e si sono rivolte al sistema delle “banche-ombra”, che hanno tassi di interesse molto più alti. Questo ha causato un aumento di debiti insanabili e scatenato la fuga degli imprenditori. L’usura ha distrutto le aziende. Secondo l’Ufficio statistico di Wenzhou, il numero di imprese con un giro d’affari superiore ai 20 milioni di yuan si è attestato nel 2014 a 4.366 unità: un calo sensibile rispetto alle 8.096 del 2010. Il tribunale locale comunica di aver aperto più casi di bancarotta nel 2015 che nel 2014.

Mentre il manifatturiero rallenta, la speculazione in Borsa diviene frenetica. L’ottimismo generale dell’inizio del 2015 rispetto al mercato finanziario non è durato molto. Il boom accompagnato dall’incoraggiamento dei media statali è esploso il 12 giugno. Il governo ha preso misure urgenti per fermare il crollo, fra cui la sospensione delle prime offerte di pubblico acquisto, e ha proibito la vendita a corto raggio costringendo le compagnie statali a ricomprare le proprie azioni. Ma il 24 agosto 2015 la Borsa di Shanghai ha perso comunque l’8,48%, dato peggiore dal crollo del 2007.

Il terremoto dei mercati finanziari non ha fermato i singoli investitori. La frenesia della finanza online ha attirato la gente ordinaria e le bolle create stanno scoppiano adesso. Il sistema di prestiti peer-to-peer (P2P, una forma di “banche-ombra”) ha attirato gli investitori promettendo alti tassi di interesse. Secondo le statistiche, nel novembre 2015 il volume di commercio attraverso il P2P ha toccato i 133,124 miliardi di yuan. Le start-up che hanno usato questo sistema hanno speso denaro in pubblicità e in alti tassi annuali per attirare capitali. Ma la speculazione e il crollo della catena di liquidi li ha portati a una crisi di insolvenza divenuta una sentenza di morte: alcuni di questi imprenditori hanno lasciato tutto e sono fuggiti.

La Ezubao, piattaforma P2P fondata nel 2014, ha creato un volume di affari da 74 miliardi di yuan che ha coinvolto in 21 mesi circa 909mila singoli investitori. All’inizio di dicembre 2015, la polizia ha annunciato un’indagine su questa compagnia per sospette attività commerciali illecite. Gli investitori, preoccupati dalla sparizione dei propri soldi, hanno manifestato a Pechino e sono stati dispersi dalla polizia. Dopo lo scandalo Ezubao è arrivato il momento del Dada Group: società con più di 700 filiali e 78mila dipendenti, è ora nel mirino della pubblica opinione. Il suo presidente è sotto inchiesta per “fund raising” illegale.

Il mercato monopolizzato dalle compagnie statali e le sfavorevoli condizioni per il business privato costringono la popolazione a rivolgersi al sistema delle “banche-ombra”. I problemi di insolvenza creano un mercato finanziario senza regole. La disoccupazione e il rallentamento dell’economia ossessionano questa nazione. Il Fondo monetario internazionale ha previsto per il 2015 una crescita del 6,8%, in calo rispetto al 7,4% dello scorso anno che comunque rappresentava il dato peggiore degli ultimi due decenni.

Era inevitabile, ma l’era della crescita annuale oltre il 10% è passata. In questi anni di “nuova normalità”, termine scelto da Xi Jinping per descrivere il rallentamento della crescita, l’economia cinese dovrà sperimentare le durezze della ristrutturazione, che porterà con sé un divario ancora più profondo fra ricchi e poveri, disoccupazione e problemi ambientali.

Dall’epoca delle riforme e delle aperture, la crescita economica ha mantenuto la legittimazione del Partito comunista. La trasformazione industriale e la ristrutturazione dell’economia colpiranno il mercato del lavoro, dove milioni di universitari laureati rappresentano una nuova sfida. Internet diffonde le notizie e velocizza la consapevolezza della popolazione. Da quando Xi Jinping ha preso il potere le autorità hanno stretto il controllo sulla società: sempre più avvocati vengono arrestati e, mentre la gente cerca pace nelle religioni, il governo cerca di frenarle.

Si rafforza anche la censura su internet. Il controllo totale sulla società mostra la preoccupazione delle autorità riguardo a possibili agitazioni popolari. A settembre 2015, il membro del Politburo Wang Qishan ha per la prima volta affrontato in maniera aperta la legittimità del Partito. Anche se i media ufficiali hanno dipinto questo intervento come “epocale” e “una manifestazione della fiducia del Partito in se stesso”, esso riflette anche la consapevolezza dei rischi potenziali e delle crisi che potrebbero arrivare. 

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