14/07/2011, 00.00
VATICANO - CINA
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In pochi condividono “dolore e preoccupazione” del papa per la Chiesa in Cina

di Bernardo Cervellera
La dichiarazione del direttore della Sala stampa vaticana sulla ordinazione illecita di Shantou. “Un atto contrario all’unità della Chiesa universale”. Ma nella Chiesa si prega troppo poco per la Cina; presidenti e segretari di Stato tacciono sulle violazioni ai diritti umani; l’economia vince su tutto. Ma con questa miopia si prepara per la Cina un enorme e violento scontro sociale.
Città del Vaticano (AsiaNews) – A poche ore dall’ordinazione illecita di p. Giuseppe Huang Bingzhang a vescovo (scomunicato) di Shantou (v. foto), a cui hanno partecipato – costretti – otto vescovi in comunione col papa, il direttore della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, ha confidato ai giornalisti che in Vaticano questo avvenimento ''viene seguito e visto con dolore e preoccupazione''.
"La posizione e i sentimenti della Santa Sede e del Papa - ha sottolineato p. Lombardi - sono stati già espressi recentemente nelle precedenti circostanze" e nascono dal fatto che si sa che si tratta di "un atto che è contrario all'unità della Chiesa universale".

Il “dolore e la preoccupazione” del papa erano ben noti nelle parole che egli ha espresso alla fine dell’udienza del 18 maggio scorso, quando ha chiesto ai cristiani di tutto il mondo di pregare per “i nostri fratelli vescovi” che “soffrono e sono sotto pressione nell'esercizio del loro ministero episcopale”. “A Maria – aveva aggiunto il pontefice - chiedo di illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell'opportunismo".

Dal novembre scorso la Cina ha deciso di procedere all’elezione e all’ordinazione di candidati vescovi senza attendere il mandato del pontefice: p. Guo Jincai per Chengde (novembre 2010); p. Paolo Lei Shiyin per Leshan (29 giugno 2011); oggi p. Giuseppe Huang Bingzhang per Shantou; diversi altri per il futuro.

Le ordinazioni episcopali senza mandato della Santa Sede implicano la scomunica automatica per il candidato e per i vescovi ordinanti. Molti di questi – come oggi – sono stati costretti a partecipare alla funzione, per cui è possibile che essi non vengano scomunicati. Ma almeno una decina di loro si trovano in una situazione di scandalo che divide le comunità cinesi.

Il “dolore e preoccupazione” del papa sono dovuti al fatto che attraverso questi gesti di strapotere della Cina sulla Chiesa, si va sfilacciando il paziente lavoro di ricucitura fra Chiesa sotterranea e ufficiale che Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI avevano compiuto. Una Chiesa divisa rimane più impacciata nell’evangelizzazione della Cina e non riesce a garantirsi di fronte al Partito comunista cinese i giusti spazi di libertà religiosa che, in teoria, la stessa costituzione cinese ammette.

Va detto che proprio di fronte alle pretese assolutiste del governo cinese molti fedeli e vescovi sono divenuti più coraggiosi: nei siti internet si pubblicano i documenti vaticani, anche quelli critici verso Pechino; nelle ordinazioni illecite si trovano sempre più vescovi che dicono di no a causa della fede e del rapporto col pontefice.

Il “dolore e preoccupazione” sono anche per la vita di questi vescovi. Per l’ordinazione di Shantou, mons. Paolo Pei Junmin di Liaoning è riuscito a non muoversi dalla sua diocesi, aiutato da tutti i suoi sacerdoti che con lui sono rimasti a pregare per giorni, perché il vescovo non fosse sequestrato. Un altro pastore, mons. Cai Bingrui di Xiamen è riuscito a nascondersi. Ma ora è ricercato dalle autorità del governo. Nel dicembre scorso, un altro vescovo, mons. Li Lianghui di Cangzhou (Hebei), si era nascosto per non partecipare a un altro gesto contro il papa (l’Assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi). La polizia lo ha ricercato per giorni come un “criminale” e dopo averlo trovato, lo ha costretto a tre mesi di isolamento e lavaggio del cervello, per convincerlo della “bontà” dei metodi del Partito verso la Chiesa. È possibile che anche mons. Pei e mons. Cai vengano sottoposti a isolamento e sessioni politiche, che li strappano dal loro ministero e li distruggono dal punto di vista psicologico.

Con tutto ciò, dobbiamo dire che a condividere il “dolore e preoccupazione” del papa sono troppo pochi.

E sono pochi anzitutto nella Chiesa. La Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina, voluta da Benedetto XVI e implorata con l’appello dello scorso 18 maggio, ha trovato pochissime diocesi pronte a a pregare per la Chiesa in Cina, i vescovi perseguitati e quelli “opportunisti”.

Non parliamo poi della società civile. Ormai, il delfino bianco dello Yangtze, in estinzione a causa dell’inquinamento in Cina, strappa più lacrime dell’estinzione della libertà in un Paese che è destinato a dominare il mondo e che usa con tranquillità questi metodi polizieschi.

A dare man forte a questo strabismo vi sono fior di presidenti (anche quello italiano) e segretari di Stato, che visitando la Cina non fanno che elogiare “il cammino positivo” compiuto da Pechino sui diritti umani, mentre - oltre a vescovi e preti - migliaia di attivisti, portatori di petizioni, artisti, scrittori vengono imprigionati e ridotti al silenzio.

Come ebbe a confessare il segretario Usa Hillary Clinton nel suo primo viaggio in Cina, “con Pechino possiamo parlare di tutto, anche di diritti umani, ma senza mettere a rischio i nostri rapporti economici”.

Qui non si tratta di semplice avidità, di interesse al mercato cinese: è una questione di miopia nel non vedere che gli attentati alla libertà religiosa prima o poi sono attentati a tutte le libertà. Lo sanno bene gli operai cinesi, schiavizzati e pagati con poco; i contadini che vengono defraudati delle terre; i bambini e i disabili costretti a lavorare nelle fabbriche di mattoni e preferiti agli adulti perché “più docili”. Ma anche la libertà economica comincia a soffocare: ormai non c’è imprenditore che avendo investito in Cina, prima o poi non sia derubato dei suoi brevetti, o costretto a pagare bustarelle fino al 25 per cento del suo fatturato per riuscire a mettere piede nell’eldorado cinese.

C’è miopia anche nella leadership cinese che alla carenza di riforme politiche e di rispetto per i diritti umani, invece di rispondere col cambiamento, preferisce l’oppressione e lo Stato poliziesco e così si prepara a uno scontro sociale sempre più alto. Le 180 mila rivolte che ogni anno scoppiano nel Paese sono solo una goccia di quello che potrà succedere se la Cina e il mondo continuano ad accarezzarsi a vicenda per sfruttare insieme il popolo cinese e soffocarlo nei suoi diritti umani e religiosi.
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