20/06/2018, 12.25
IRAQ-RIFUGIATI
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Incertezza, paura e speranza fra i cristiani che tornano a Mosul

Cento famiglie sono rientrate nel settore orientale della metropoli del nord. Un sacerdote caldeo nell’opera di ricostruzione. Oltre alle case vi è da ricostruire un tessuto sociale ed economico. Dai leader musulmani un invito: senza cristiani non vi è vera rinascita. 

 

Mosul (AsiaNews) - Dopo quattro anni “vi è ancora un clima di incertezza” fra i profughi di Mosul e della piana di Ninive, perché l’opera di ricostruzione “prosegue, ma con lentezza” e oltre alle case “bisogna garantire un futuro attraverso il lavoro”. È quanto racconta ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, descrivendo la lenta rinascita di Mosul e della piana di Ninive a un anno dalla vittoria - militare - sulle milizie dello Stato islamico (SI, ex Isis) che hanno fatto della metropoli del nord per lungo tempo la loro roccaforte. “La situazione generale di incertezza che si respira nel Paese - aggiunge il sacerdote - acuita dallo stallo nella formazione del nuovo governo e le accuse di brogli, contribuiscono a complicare ancor più la situazione e generano paura”. 

Dopo anni di violenze e terrore perpetrati dalle milizie di Daesh [acronimo arabo per lo SI], oggi nel settore orientale di Mosul la vita è normale ed è anche molto più facile spostarsi all’interno dei quartieri occidentali. Dalle aule delle scuole alle fabbriche, alle piccole imprese, la rinascita della metropoli del nord passa attraverso il rilancio della scuola, del lavoro e dell’apertura di spazi commerciali impensabili all’epoca del “califfato”. Fra questi un “caffè letterario” dedicato all’incontro e alla lettura.

In queste ultime settimane, riferisce don Paolo, “almeno 100 famiglie cristiane” sono rientrate nel settore orientale di Mosul, sulla sponda sinistra del fiume Tigri, che ha patito meno le devastazioni dell’Isis.  “Un primo gruppo - prosegue - anche se non si può ancora parlare di stabilizzazione. L’obiettivo è la riapertura nelle prossime settimane della chiesa caldea di san Paolo. Sarà un momento significativo per tutta la comunità”. 

In città la situazione delle case abitate un tempo dalle famiglie cristiane “è buona”; poche sono andate distrutte e la gran parte è stata occupata da musulmani. Ora si sta cercando di ottenerne la restituzione. Nella piana di Ninive, sottolinea il sacerdote, la realtà è “diversa” perché i “danni sono molto maggiori, molte sono state bruciate” ed è essenziale “accelerare i lavori di ricostruzione”. 

Fra i pendolari vi sono anche gli studenti universitari di Karamles che, ogni giorno, compiono il tragitto che li separa dalla cittadina della piana di Ninive alla loro università. “La situazione in città - racconta il sacerdote - è di relativa stabilità e vi è libertà di movimento. Questo vale per entrambi i settori, orientale e occidentale, dove sorge la città vecchia ed è maggiormente colpito. Nei giorni scorsi mi sono recato di persona nella zona, per incontrare alcune famiglie di dignitari musulmani e festeggiare la fine del Ramadan. Con loro abbiamo parlato della rinascita di Mosul, che non può prescindere dalla presenza dei cristiani come chiesto espressamente dai leader islamici moderati”.

Intanto la Chiesa caldea rinnova la propria missione volta a “proteggere, promuovere e integrare” quanti hanno perso tutto, a partire dalle loro case, per mano jihadista. Molte di queste famiglie sono tuttora sfollate interne o emigrate all’estero, in condizioni di estrema precarietà e incertezza. E' di conforto l’invito di papa Francesco nel suo Messaggio 2018 per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, mentre oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata del Rifugiato lanciata dall'Onu.

“La gran parte dei rifugiati - racconta don Paolo - vive ancora oggi nel Kurdistan irakeno. Uno dei problemi più gravi è la disoccupazione, la mancanza di un lavoro che getta un’ombra sul futuro e sulla rinascita di tutta la zona. Ricostruzione, ripresa delle attività sono fattori chiave per un rientro delle centinaia di migliaia di esuli, soprattutto di quanti sono fuggiti all’estero”. “A quattro anni dall’ascesa dell’Isis - conclude - e a un anno dalla loro sconfitta militare, il futuro resta ancora incerto per noi”.

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