14/06/2014, 00.00
IRAQ
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Iraq, continua l'avanzata degli islamisti: gli Usa si sfilano, al Sistani invita alla guerra

L'esercito regolare "ha iniziato a ripulire le nostre amate città dai terroristi", ma i miliziani dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante si trovano alle porte di Baghdad. Barack Obama parla di "diversi giorni" prima di prendere una decisione. Ali al Sistani invita la popolazione a "prendere le armi per difendere la patria". Arabia Saudita in silenzio, Iran a fianco del governo regolare.

Baghdad (AsiaNews) - Le forze di sicurezza irachene "hanno iniziato a ripulire le nostre amate città dai terroristi che le hanno attaccate. Il lavoro è iniziato". Lo ha dichiarato il primo ministro di Baghdad, Nouri al Maliki, dalla città di Samarra: questa ospita il santuario di al-Askari, molto riverito dalla popolazione di fede sciita, e si trova a 110 chilometri a nord della capitale. Proprio l'attacco del santuario, avvenuto nel 2006, scatenò una guerra fratricida fra sunniti e sciiti costata la vita di decine di migliaia di persone.

Le dichiarazioni del premier sembrano cozzare con la cronaca: l'offensiva condotta dai militanti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis, formazione jihadista legata ai terroristi di al Qaeda) sembra tuttora inarrestabile. Ieri l'esercito regolare si è scontrato con gli islamisti a Baquba, a 50 chilometri a nord di Baghdad. Inoltre, nelle mani dell'Isil ci sono ancora Tikrit (capitale della provincia di Salaheddin) e Mosul nella piana di Ninive.

Per contrastare l'avanzata, il governo ha invitato la popolazione a unirsi come volontari alle forze regolari: al momento sono migliaia i cittadini che hanno risposto all'appello e che si preparano per lo scontro diretto con i militanti islamici. Anche il Grande ayatollah Ali al Sistani ha invitato ieri la popolazione, dopo la preghiera del venerdì, a "prendere le armi contro questi terroristi. Combattete per la nostra amata terra: la situazione in Iraq è molto grave e chi è in grado di farlo deve prendere le armi per difendere la patria. La difesa delle forze armate e di altri servizi di sicurezza dell'Iraq è una difesa sacra e il terrorismo è lontano dallo spirito dell'Islam".

A questo appello sembrano aver risposto in modo parziale gli abitanti del Kurdistan iracheno. I peshmerga si sono schierati infatti sulla linea difensiva di Kirkuk - maggior campo petrolifero del Paese - e hanno respinto l'avanzata dei guerriglieri dell'Isis. Tuttavia, sottolineano diversi analisti, sembrano "poco propensi" a spendersi per il resto dell'Iraq. Il timore è che questo atteggiamento spinga ancora di più verso una frammentazione del territorio nazionale.

Mentre l'Arabia Saudita mantiene il silenzio sulla vicenda, a fianco del governo Maliki si è schiarato l'Iran. Il presidente Hassan Rouhani ha promesso il "pieno sostegno del mio Paese contro il terrorismo". Parlando al telefono con il premier, Rouhani ha aggiunto che Teheran "farà di tutto per combattere i crimini e i massacri perpetrati da questa gente. Non permetteremo che l'Iraq venga destabilizzato".

Gli Stati Uniti, grandi alleati di Baghdad, hanno invece preso tempo. Il presidente americano Barack Obama ha sottolineato che gli Usa "non si impegneranno in azioni militari in Iraq in assenza di un piano politico da parte degli iracheni. Ci vorranno diversi giorni per decidere come intervenire in Iraq al fianco del governo di Baghdad, non è una cosa che si decide nel corso di una notte".

La linea di politica estera degli Stati Uniti resta, comunque, "quella di combinare azioni militari mirate, se necessario con lo sforzo insieme alla comunità internazionale per risolvere le crisi insieme e ricorrendo alla diplomazia". Obama ha anche sottolineato che "sono in corso discussioni sulla produzione locale di petrolio" e ha segnalato che i produttori locali potrebbero avere necessirtà di aumentare la produzione, ma per il momento "non ci sono problemi enormi".

Per Fawaz Gerges, esperto di Medio Oriente che insegna alla London School of Economics, "quella cui stiamo assistendo è una frammentazione del potere. Il governo di al Maliki non sarà mai in grado di ri-centralizzare di nuovo il potere politico come lo ha trovato. Si stanno disegnando nuovi confini. E non bisogna sottovalutare il fatto che l'Isis è riuscita a penetrare nella comunità sunnita: il loro sviluppo più importante è essere riusciti a far tornare sotto le armi ufficiali e soldati del disciolto esercito iracheno dei tempi di Saddam".

Secondo l'analista "questa mutazione è evidente. Se osserviamo il modo in cui stanno conducendo questa offensiva, possiamo notare che si comportano come un mini esercito: hanno fiducia in se stessi, una catena di comando e di controllo ben definita, sono motivati e usano tattiche di guerra. I sunniti iracheni sono pronti ad unirsi persino al diavolo per sconfiggere al Maliki: questo è il vero pericolo".

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