10/07/2019, 11.06
TURCHIA - SIRIA
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Istanbul, crisi economica e disoccupazione alimentano gli attacchi contro rifugiati siriani

Nelle ultime settimane sono aumentate le violenze contro attività gestite da siriani fuggiti dalla guerra. Il governo sembra sconfessare le politiche di accoglienza del passato in nome della “solidarietà musulmana”. E anche il neo-governatore anti-Erdogan usa slogan nazionalisti.

Istanbul (AsiaNews/Agenzie) - Fra i profughi siriani in Turchia cresce la paura di attacchi e violenze, dopo gli episodi delle ultime settimane che hanno fatto scattare un clima diffuso di allerta. L’ultimo, in ordine di tempo, risale ai giorni scorsi e ha riguardato un  barbiere a Kucukcekmece, distretto operaio di Istanbul. A raccontarlo è lo stesso titolare, Ahmad Yassine, che stava lavorando quando una folla inferocita si è radunata all’esterno dell’attività e l’ha attaccata, assieme ad altri negozi gestiti da siriani. 

“Ci hanno scagliato pietre - racconta Yassine all’Afp - mandando i vetri in frantumi”. All’interno del negozio vi erano tre persone “impaurite” prosegue il giovane, fuggito sei anni fa da Aleppo. “Non siamo riusciti ad andarcene - conclude - prima di mezzanotte, l’una del mattino”. Fra i profughi siriani il timore, nemmeno troppo nascosto, è che si possa innescare una escalation in un contesto già di per sé critico, alimentato da un linguaggio xenofobo nella recente campagna elettorale.

La Turchia ospita il maggior numero di rifugiati al mondo, fra i quali 3,5 milioni di siriani (500mila solo a Istanbul) costretti a fuggire a causa della guerra. Un’accoglienza che Ankara auspicava fosse temporanea, ma si è prolungata nel tempo e oggi contrasta con una situazione economica generale difficile. Anche questo elemento ha contribuito a limitare sempre più la politica di ospitalità.

Uno studio dell’università Kadir hai di Istanbul mostra che il malcontento dei turchi verso i profughi siriani è cresciuto negli ultimi anni, passando 54,4% del 2017 al 67,7% del 2019. E la tensione cresce: a innescare l’assalto al barbiere di Kucukcekmece le voci - smentite dalla polizia - che un giovane siriano avrebbe usato un linguaggio oltraggioso verso una ragazza turca. 

Mohammad Amari, 27enne originario di Damasco da cui è fuggito sei mesi fa, ha scoperto una mattina che la panetteria di proprietà era stata assaltata. Nel mirino anche un ristorante turco, l’Esat Sevim, che si trova nella zona, perché fra i dipendenti annovera personale siriano. 

Del resto, con una economia in difficoltà, una inflazione in aumento e il picco nella disoccupazione soprattutto giovanile, i siriani diventano un facile elemento di rivalsa. E anche quanti, come Murat, operaio di Kucukcekmece, sono contrari alla violenza auspicano al contempo un rimpatrio della gran parte dei rifugiati perché “ormai non si trova più lavoro”. 

La questione dei rifugiati siriani è stato uno dei temi delle recenti elezioni amministrative e anche il trionfatore (anti-Erdogan) della municipalità di Istanbul Ekrem Imamoglu ha più volte usato lo slogan “Questa è la Turchia, questa è Istanbul” per attaccare cartelli e insegne di attività commerciali scritte in arabo. E fra i social network ha acquistato sempre maggiore visibilità l’hashtag #SyriansGetOut (siriani andatevene!). 

In questo contesto anche il presidente Recep Tayyip Erdogan sembra sconfessare la campagna di accoglienza “in nome della solidarietà fra musulmani” promossa in questi anni verso i siriani. Nei giorni scorsi il ministero degli Interni ha annunciato che non verrano più registrati nuovi immigrati siriani nella capitale economica e commerciale del Paese. E l’ufficio del governatore di Istanbul ha ordinato a 700 piccoli imprenditori siriani di rimuovere le insegne scritte in arabo, sostituendole con altre in lingua locale. 

Va detto che la gran parte dei cittadini turchi di Kucukcekmece tende a minimizzare sulla gravità degli incidenti e invoca gesti di solidarietà. Tuttavia, il clima di tensione che si respira nel Paese non basta a tranquillizzare e i rifugiati temono il peggio. “Questa volta - conclude Ahmad Yassine - ci hanno attaccato usando pietre. Ma chi può escludere che, in futuro, non colpiranno usando armi?”.

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