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  • » 22/07/2017, 08.23

    IRAQ

    Karamles, dopo l’Isis, torna la prima famiglia cristiana: “Alle spalle un peso portato a lungo”



    Labib Rammo, assieme alla moglie e i figli, ha lasciato l’esilio di Ankawa per rientrare nella propria casa e nella propria terra. Dopo tre anni “ci sentiamo davvero nel posto giusto”. La speranza di ritrovare una convivenza con i musulmani; la ricostruzione un “dovere”; le sofferenze hanno “rafforzato la fede”.

    Karamles (AsiaNews) - Rientrare nella cittadina di origine, varcare di nuovo la soglia di casa e riprendere la vita di un tempo “è come gettare via, lasciarsi alle spalle un peso portato troppo a lungo”. Adesso, per la prima volta dopo tre anni, “ci sentiamo davvero nel posto giusto”. È quanto racconta ad AsiaNews Labib Rammo, cristiano della piana di Ninive, la cui famiglia è il primo (e finora unico) nucleo a tornare in maniera stabile a Karamles dall’inizio della ricostruzione.

    Egli, come centinaia di migliaia di cristiani, nell’estate del 2014 ha lasciato la propria casa e la propria terra in seguito all’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis). A distanza di tre ani la minaccia jihadista sembra alle spalle, ma il ritorno alla normalità presenta ancora molte sfide e ostacoli.

    AsiaNews ha incontrato questa famiglia grazie all’aiuto di don Paolo Thabit Mekko, sacerdote caldeo di Mosul in prima fila nell’opera di ricostruzione avviata nei mesi scorsi. Come ricordato da mar Louis Raphael Sako, patriarca della Chiesa irakena, cancellare l’ideologia jihadista e rilanciare un percorso di convivenza fra cristiani e musulmani è una delle priorità per un Paese unito e in pace. Una strada “lunga e faticosa”, avverte il primate caldeo, che si fonda su una “nuova consapevolezza” per scongiurare un “ulteriore declino, divisione e frammentazioni del passato”.

    Una “speranza” che viene coltivata e condivisa anche da Labib Rammo e dai suoi parenti, che dicono di aspettarsi “il meglio” ora che i miliziani di Daesh [acronimo arabo per lo SI] sono fuggiti. Tuttavia, aggiunge, “la questione della sicurezza è un punto essenziale da risolvere”, ed è la base da cui partire per “aiutare Karamles e l’intera piana di Ninive nel suo percorso di rifondazione”.

    Labib, 55 anni, è sposato con Nedal Yousif, di nove anni più giovane. La coppia ha sei figli: Taher nato nel 1993; Maher (1994); Myron (1995); Marsen (1996); Firas (2002); Barbara (2003). L’ultimo arrivato in famiglia è Merna Rammo, nata il 19 marzo di quest’anno. La piccola sarà battezzata il prossimo 6 agosto nella chiesa parrocchiale di Karamles, a tre anni esatti dalla notte in cui la famiglia è fuggita dalla cittadina e dalla piana di fronte all’avanzata dell’Isis.

    Negli anni dell’esilio, la famiglia ha vissuto ad Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil, capitale del Kurdistan irakeno. In passato essi gestivano un mini-market, oltre a coltivare alcuni orti di famiglia e a fare lavori in proprio. Durante l’esilio, racconta don Paolo, hanno ricevuto alcuni piccoli finanziamenti e donazioni dalla Chiesa, anche se “la maggioranza delle spese e dell’affitto riuscivano a pagarlo con denaro frutto del loro lavoro”. Ad Ankawa, infatti, avevano avviato una piccola attività dedita alla vendita di verdure e ortaggi.

    “Il periodo della fuga - racconta Labib Rammo - è stato difficile, senza una casa propria, con gli affetti e i legami spezzati, una parte della famiglia lontana. Le nostre abitudini sono state sconvolte, tutto questo ha generato difficoltà e ci ha fatto sentire come stranieri nella nostra terra”. In questo tempo “abbiamo coltivato un orto” e ora che “abbiamo ritrovato la nostra casa vogliamo aggiungere una camera” perché “i nostri giovani crescono e sono ormai in età di matrimonio”.

    Interpellato su una possibile, nuova convivenza fra cristiani e musulmani la risposta è secca: “Speriamo”, dice l’uomo, “comunque noi viviamo in un Paese a maggioranza musulmana, e questo vuol dire in fondo che stiamo ancora convivendo con loro”. Di certo le sofferenze hanno rafforzato la fede cristiana, che resta salda “in qualsiasi situazione: abbiamo perso case e proprietà, ma la nostra fede è rimasta”.

    L’ultimo pensiero lo rivolge alla ricostruzione, che resta “un dovere” così come egli rivolge un invito a tutti i concittadini, perché “tornare al villaggio di origine è importante”. “Dobbiamo sentire - conclude - che questa è la nostra terra ed è il luogo in cui testimoniare la fede cristiana, oggi come sempre. E per farlo sappiamo di poter contare anche sulla buona volontà e la generosità dei nostri fratelli cristiani sparsi in tutto il mondo”.(DS)

     

     

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