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    » 12/02/2011, 00.00

    CINA – AFRICA

    L’Africa, paniere della Cina



    Per la rapida industrializzazione, l’inquinamento e i disastri naturali, la Cina manca sempre più di terre coltivabili. L’Africa ne ha in abbondanza, ma l’agricoltura necessita di finanziamenti, tecnologia, macchinari. Ne potrebbe nascere una nuova feconda collaborazione.
     Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Olive dalla Tunisia, caffé dall’Uganda, sesamo etiope: la Cina si apre ai prodotti agricoli dell’Africa. Pechino ha sempre più bisogno di prodotti agricoli per il consumo interno e l’agricoltura africana necessita di investimenti e tecnologie. Ne potrebbe nascere  un connubio capace di ridisegnare l’agricoltura mondiale.

    La Cina da decenni depreda l’Africa di petrolio e minerali pregiati, che costituiscono oltre il 90% delle sue importazioni dal continente. I prodotti agricoli sono stati appena il 3% delle sue importazioni tra il 2006 e il 2008. Del resto Pechino ha sempre mirato all’autosufficienza alimentare e molti Paesi africani hanno una produzione agricola appena sufficiente per il consumo interno.

    Ma in Cina la terra coltivata diminuisce, perché lo sviluppo economico fa costruire nuove zone industriali e quartieri residenziali: dal 1996 al 2009 ha perso 8 milioni di ettari di terre agricole.

    Molte zone agricole sono poi inquinate. Inoltre da anni ci sono continui disastri naturali: quest’anno la peggiore siccità nel nord da 60 anni, negli anni scorsi alluvioni, nevicate record o altri problemi.

    Come esito di industrializzazione, inquinamento e siccità, i prezzi degli alimenti crescono rapidi.

    L’Africa ha 733 milioni di ettari di terra agricola, 6 volte più della Cina, secondo la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa.

    L’analista Andrew Leung Kinpong osserva al South China Morning Post che “l’Africa potrebbe diventare un paniere di cibo per 1,3 miliardi di cinesi”. “C’è molto spazio per la Cina per iniziare la produzione agricola in Africa”.

    Tra l’altro alcuni Paesi africani, come il Burundi, sono anche poveri di minerali e altre risorse e non sono in grado di bilanciare le importazioni che fanno dalla Cina. Però il Paese cerca di stimolare colture pregiate e facili da esportare come cotone, caffé e te, e analisti lo ritengono interessato a ricevere finanziamenti, macchinari e tecnologie dalla Cina per migliorare la produzione.

    Situazione simile ha il Lesotho, la cui attuale produzione agricola soddisfa appena il consumo interno. Makhotsofalang Lekaota, dell’ambasciata del Paese a Pechino, spiega come ci sarebbe bisogno di “centri di addestramento e macchinari per migliorare la qualità dei prodotti”.

    Ma il problema è comune per molti Paesi africani, che hanno la terra agricola, ma mancano di investimenti, tecnologia, assistenza tecnica.

    Pechino è a sua volta interessata. Lin Yi, segretario dell’Associazione per l’Amicizia dei Popoli Cinese-Africani, spiega che “in Cina c’è una grande potenzialità per i prodotti agricoli africani, come caffè, tè, carne e fiori”. La Cina ha anche mezzi ed esperienza per ottimizzare l’esportazioni dei prodotti agricoli. Intanto sta creando centri di addestramento agricolo in tutto il Continente.

    Il Sudafrica è il 2° maggior partner commerciale di Pechino dopo l’Angola. I prodotti agricoli costituiscono meno dell’1% delle sue esportazioni in Cina, ma con 64,3 milioni di dollari nei primi 9 mesi del 2010 sono più che raddoppiati rispetto al 2009.

    Gli esperti concordano che questa collaborazione sarebbe proficua sia per la Cina che per i Paesi africani. Le perplessità riguardano, piuttosto, il tipo di collaborazione che Pechino proporrà. Si ricorda l’esempio delle miniere dello Zambia: la titolarità è di ditte cinesi, che forniscono finanziamenti, dirigenti e tecnici specializzati. Ma nel fondo delle gallerie scavano gli abitanti del Paese, talvolta trattati con turni di lavoro e salari “cinesi”.

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