10/06/2008, 00.00
ARABIA SAUDITA

L’Arabia Saudita convoca un incontro di produttori e consumatori di petrolio

Riyadh vuole discutere le cause degli aumenti di prezzo, che ritiene “ingiustificati”. Assicura che aumenterà la produzione per soddisfare ogni richiesta. Le reciproche accuse per gli aumenti di prezzo e la crescente crisi nei Paesi asiatici in via di sviluppo.

Riyadh – (AsiaNews/Agenzie) – L’Arabia Saudita, primo produttore mondiale di petrolio, convocherà un summit tra Paesi produttori e consumatori e compagnie petrolifere per discutere come contenere il prezzo del petrolio, la cui continua ascesa rischia di rallentare l’economia mondiale. Lo ha annunciato ieri Iyad Madani, ministro saudita per l’Informazione e la cultura, al termine di un incontro del gabinetto dei ministri a Jeddah, precisando che il Paese ha già informato “tutte le compagnie petrolifere e i Paesi consumatori che è pronto a soddisfare qualsiasi maggiore richieste di petrolio”.

Da tempo i Paesi consumatori, Usa e Gran Bretagna per primi, chiedono di aumentare la produzione del petrolio, per contenerne il prezzo. Ma incontrano il rifiuto dei Paesi esportatori, che ritengono la crescita del prezzo non giustificata solo dall’aumento della domanda mondiale ma da altre cause. Madani ha infatti precisato la volontà di contrastare “gli aumenti arbitrari e non fisiologici del prezzo del petrolio” e ha aggiunto che “non ci sono giustificazioni per l’attuale aumento del prezzo”. Questo incontro potrebbe servire proprio alla miglior comprensione di queste ragioni.

Appena il 6 giugno il petrolio ha sfiorato i 140 dollari al barile (prima di riscendere ieri a 134 dollari).

Favorevoli ma tiepidi i commenti degli esperti, che ritengono utile discutere insieme ma osservano che in passato simili incontri – dice Jim Ritterbusch, presidente della ditta di consulenza Usa Ritterbusch e Associates – sono serviti più a calmare il mercato che a decidere azioni concrete.

Tra le cause degli aumenti, gli Stati Uniti indicano la politica di sussidi di molti emergenti Stati asiatici, finalizzata ad aumentare il consumo e l’economia interna e a contenere l’inflazione, che generano una maggior richiesta. Politica che di recente molti Stati hanno dovuto lasciare non potendone più sostenere il prezzo: oggi il Nepal ha aumentato il prezzo interno del carburante del 25%, mentre in India proseguono le proteste per il recente aumento di “appena” il 10%. La Cina ha oggi confermato che vuole tenere fermo il prezzo interno, aumentato di solo il 10% in due anni.

Molte compagnie accusano invece gli Stati sviluppati di applicare a petrolio e gas tasse eccessive, “insostenibili e controproducenti”.

A loro volta, le compagnie sono spesso accusate di investire fondi insufficienti nella ricerca e nello sviluppo e di pensare solo ad ottenere contratti molto vantaggiosi per lo sfruttamento dei giacimenti di Paesi meno sviluppati.

 

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