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  • » 04/05/2017, 15.30

    USA - PALESTINA

    La ‘pace facile’ di Trump non convince i palestinesi



    Il presidente degli Stati Uniti incontra il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. Bernard Sabella, rappresentante cattolico di Fatah, e l’attivista Adel Misk commentano: troppe ambiguità da Washington e inflessibilità di Israele su punti importanti come i profughi e gli insediamenti. Abbas parla di speranza, ma essi vedono “una strada senza uscita”. La “caramella” per i palestinesi.

    Gerusalemme (AsiaNews) – La promessa di Donald Trump di trovare con facilità un accordo di pace fra Israele e Palestina è stata accolta da molti palestinesi con ironica disillusione. Lo raccontano ad AsiaNews Bernard Sabella, cattolico, rappresentante di Fatah per Gerusalemme e segretario esecutivo del servizio ai rifugiati palestinesi del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, e Adel Misk, attivista. Per Sabella, una pace semplice è possibile solo a caro prezzo per i palestinesi; per Misk l’assenza di una posizione chiara degli Stati Uniti sulla soluzione a due Stati rappresenta un limite a qualsiasi processo di pace.

    Ieri Trump ha ospitato il presidente dell’Autorità palestinese (Anp) Mahmoud Abbas alla Casa bianca, e ha promesso di fare “tutto il necessario” per giungere a un accordo di pace, per il quale intende essere “mediatore, arbitro e facilitatore”.

    Durante l’incontro, Trump avrebbe chiesto ad Abbas l’interruzione dei pagamenti alle famiglie dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, che Israele considera “terroristi”. Non c’è alcuna indicazione che Abbas abbia acconsentito a questa richiesta, che sarebbe mal accettata dai palestinesi, soprattutto in considerazione dello sciopero della fame dei detenuti in corso, oggi al 18mo giorno.

    Da parte sua, Abbas ha ribadito le richieste palestinesi: uno Stato palestinese con Gerusalemme est capitale all’interno dei confini del 1967, e la fine dell’occupazione.

    Alla fine della dichiarazione congiunta, Abbas ha detto in inglese al presidente degli Stati Uniti: “Con te, signor Presidente, ora abbiamo speranza”. Ma molti palestinesi non sembrano essere d’accordo.

    “Non siamo troppo eccitati,” afferma Sabella. “Considerando la situazione attuale, con i problemi in Europa, l’amministrazione americana, gli sforzi di Israele per farci sembrare gli aggressori, cosa con cui l’Europa sembra essere d’accordo… non sono molto ottimista”.

    “Non penso ci sarà un cambiamento radicale. Obama e Kerry avevano tentato, seppur anche loro finanziando Israele. Dubito che le cose cambieranno con Trump che ha molti consiglieri pro-Israele, e che si arriverà a questo ‘accordo del secolo’”.

    Egli commenta che una “pace semplice” si potrebbe avere solo se i palestinesi decidessero di accettare l’occupazione; rinunciare a Gerusalemme est come capitale e al ritorno dei profughi; riconoscere lo Stato israeliano e accettarlo come ‘ebraico’. E aggiunge ironico: “Non mi sembra che la Repubblica islamica dell’Iran abbia chiesto agli Stati europei di riconoscerlo come Paese islamico”.

    Abbas come Presidente dell’Anp e palestinese non potrà mai accettare simili condizioni, anche considerando le pressioni interne “da Hamas, e non solo. Forse è troppo dire che la situazione ‘bolle’, ma qui le cose sono difficili”.

    Facendo un paragone con un buon accordo d’affari, Sabella afferma: “Si ha bisogno di tutti i pezzi, anche psicologici ed emotivi. Non puoi avere pace se non metti tutto in conto. Noi abbiamo fatto molta strada e riconosciuto Israele, ma loro vogliono sempre di più. Ci sono troppi problemi e credo che una soluzione semplicistica da Washington non avrebbe ‘mercato’ per la maggioranza dei palestinesi. Per me è una strada senza uscita”.

    Da parte sua, Misk afferma che la promessa di Trump è anche debole perché la sua posizione è ambigua. Sia lui che Abbas hanno condiviso dichiarazioni “brevi” e “limitate”: il che dimostra che non “si è arrivati a un grande accordo”.

    “Trump non ha parlato dei due Stati, ha detto che vuole fare il mediatore per risolvere il problema, ma senza dire come. Non hanno parlato delle colonie, che continuano a crescere. Non hanno parlato di Gerusalemme”.

    Egli continua: “Non avendo parlato con chiarezza, senza un calendario o progetto reale, mi sembra – ci sembra – che non sia stato altro che un incontro formale. Israele non ha intenzione di fare passi indietro, ci sono tante voci che vanno contro la soluzione dei due Stati. Senza una posizione chiara, gli Usa appoggiano l’inflessibilità di Israele”.

    “Anche l’amministrazione precedente non ha ottenuto niente – spiega l’attivista – ma almeno parlavano con chiarezza di due Stati. Questa amministrazione non ne parla, neanche durante l’incontro con Netanyahu. Ha preso la ‘posizione della non-posizione’”.

    Per Misk, le dichiarazioni di ieri non sono che una “caramella per i palestinesi”.

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