11/01/2011, 00.00
CINA
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La Cina ha le chiavi per far uscire il mondo dalla recessione

di Wei Jingsheng
Il Partito comunista e i grandi industriali cinesi, con il sostegno di quelli occidentali, potrebbero salvare il mondo dalla crisi. Ma questo significa normalizzare la società, aumentare i salari e allargare il mercato interno: in questo modo, i corrotti funzionari perderebbero il loro guadagno. Tuttavia, questo è per Pechino un vicolo cieco. L’analisi del dissidente cinese.
Washington (AsiaNews) - Mentre comincia il 2011, tutti si chiedono che tipo di anno sarà. E molti hanno già capito che per la Cina è finito il tempo di accumulare ricchezze tramite le esportazioni di prodotti che si ottengono sfruttando il lavoro a basso costo, una strategia che viene portato avanti dall’era di Deng Xiaoping. Il mercato interno del Paese si è ristretto in maniera relativa, mentre la disparità fra ricchi e poveri è aumentata, insieme ai danni creati dalle esportazioni cinesi in quei Paesi che le subiscono. Tutti questi problemi sono arrivati al limite.

Le reazioni di quelle nazioni che importano beni cinesi sono del tutto cambiate. Affidandosi alle lobby dei grandi industriali che fanno i loro affari con la Cina, è divenuto difficile per il governo cinese mantenere la strategia di colpire gli altri per beneficiarne. Le barriere commerciali di diverse nazioni occidentali sono aumentate, un processo che dura da diversi anni. Fino a pochi anni fa, questo procedimento avveniva nel segreto; i casi più tipici sono quelli delle nazioni europee e del Giappone. Questi Paesi hanno usato per la maggior parte misure che non intaccano le tariffe, come controlli doganali e altre forme di ostacolo per impedire ai beni cinesi di penetrare nei propri mercati. Tuttavia, queste misure non hanno impedito l’invasione dei prodotti made in China, e quindi non sono riuscite a cambiare la strategia del governo cinese, tesa a esportazioni a basso prezzo a scapito del mercato interno.

Dato che gli Stati Uniti non si sono uniti al modello europeo di barriere non tariffarie, l’equilibrio del commercio mondiale è rimasto in sostanza lo stesso. Ma, sin dall’inizio dello scorso anno, sono aumentate le pressioni dell’opinione pubblica americana. Sebbene i gruppi che fanno lobby per le grandi industrie non risparmiano alcuno sforzo, al punto che c’è sempre un gruppo composto da loro in fila per parlare con il presidente della Camera, il Congresso non può resistere a lungo alle pressioni dell’opinione pubblica. Dopo tutto parliamo di una nazione democratica, diversa dalla Cina dove il destino di tutti è determinato da pochi leader. Ora, gli Stati Uniti sono costretti a lanciare una politica commerciale più dura.

In questa situazione, anche la leadership cinese capisce che deve ripartire da capo. La sua strategia di espansione economica deve fermarsi. Deve entrare in una strategia di sviluppo sostenibile. E questo significa espandere il mercato interno con lo stesso ritmo con cui aumenta la crescita economica, alzando il livello degli stipendi, riducendo il tasso di crescita e la differenza fra ricchi e poveri e permettendo al mercato interno in aumento di assorbire la capacità di produzione in surplus, quella che deriva dal blocco delle esportazioni.

Questi processi sono la sola strada per assicurarsi che, nei prossimi anni, il declino economico della Cina non arrivi ai picchi della Grande Depressione che ha colpito gli Stati Uniti negli anni Trenta. Una causa diretta di quella depressione fu il rapido declino delle esportazioni, che a sua volta provocò la chiusura di alcuni industrie e una forte deflazione, seguita poi da una reazione a catena di nuovi fallimenti aziendali e quindi di forte disoccupazione. Quando parte una catena a reazione come quella del domino, è difficile fermarla: si arriva alla depressione.

La Cina di oggi è in una situazione simile, ma non identica, rispetto agli Stati Uniti dell’epoca. Allora, il mercato interno era relativamente saturo ed era impossibile alzare i salari in maniera veloce per espandere la spesa interna. Tuttavia, la situazione attuale della Cina è diversa. Negli anni, il livello dei salari è stato tenuto basso in modo deliberato, così come è stato manipolato il tasso di scambio dello yuan. E questa è la prima, enorme differenza con la Grande Depressione.

Un’altra importante differenza sta nel fatto che la Cina non è una vera economia di mercato. Il suo modello di importazioni è pieno di barriere commerciali non tariffarie, e questa politica è una delle ragioni principali dell’attuale iper-inflazione. Nello specifico non viene permesso alle importazioni di entrare in Cina, e quindi il mercato interno e quello internazionale non si possono bilanciare. Allo stesso modo rimane ferma anche la valuta. Una volta che il tasso di crescita delle esportazioni viene fermato o ridotto, mentre non si ferma la crescita della produttività, è inevitabile che per regolare la bilancia economica intervenga l’inflazione.

Per cambiare questo modello di auto-regolamentazione, dobbiamo cambiare un modello economico che è chiaramente irragionevole e fermare il rapido sviluppo economico che, per mantenersi, deve colpire in maniera furiosa gli altri. In altre parole dobbiamo come prima cosa fermare quel modello che accumula benessere per pochi a danno degli interessi del cittadino cinese medio. Al secondo punto, bisogna fermare quel modello che punta a inondare il mercato delle nazioni che importano per moltiplicare le esportazioni. Va fermato perché soltanto così potremo permettere ai mercati di regolarsi fra di loro, aumentando i salari dei lavoratori e aumentando il mercato interno. Queste politiche possono risolvere in un anno l’iper-inflazione che sta colpendo la Cina, guidandola in maniera graduale verso uno sviluppo economico realmente sostenibile.

Ma la trasformazione del modello economico aiuterebbe anche le relazioni economiche, sia interne che esterne. Aumenterebbero i guadagni e la capacità di spesa della classe lavoratrice, e in questo modo aumenterebbe il benessere comune. Ovviamente, si metterebbe anche un freno all’aumento dell’inflazione. In questo modo vivrebbero tutti meglio, mentre la società potrebbe divenire molto più stabile di quanto non lo sia oggi. L’espansione del mercato interno della Cina avrebbe anche un risultato positivo per lo sviluppo economico del futuro: un risultato che si farebbe vivo entro un anno o due.

Queste politiche produrranno degli importanti effetti positivi nel campo delle relazioni internazionali. Le esportazioni verso le nazioni sviluppate si ridurranno, mentre aumenteranno le importazioni: questo creerà una riduzione dei surplus commerciali, così come una riduzione delle frizioni internazionali legate alll’economia. Aiuterà a riprendere il tasso di crescita economica delle nazioni sviluppate, aiutandole a uscire da questa sfera di recessione. Dopo un anno o due, i mercati delle nazioni sviluppate (che ora potranno vantare un tasso di crescita dal segno positivo) potranno riprendere e aumentare le importazioni, aiutando quindi la Cina con il suo export. Quindi sarebbe il mondo intero a svegliarsi dall’incubo di questa crisi economica.

Ma perché una cosa così positiva per tutti viene rallentata da tutti? Perché economisti e politici non lo capiscono? In realtà, non è che non lo capiscono: è che guardano a questo fattore da una prospettiva diversa. Queste misure miglioreranno la vita della maggioranza della popolazione, ma i grandi industriali e le grandi imprese perderanno denaro: quindi, loro non vedono i benefici di questa misura, ma la comprendono. La comprendono molto bene, ma si pongono su standard e posizioni differenti.

Il declino delle esportazioni, per quanto temporaneo, è inoltre una delle cose che alcune persone che vivono in Cina non vogliono vedere per nessun motivo. Parliamo di industriali che, con l’export, hanno fatto fortuna; e di rappresentanti ufficiali del governo, corrotti, che da questi industriali spillano moltissimo denaro. Di conseguenza il Dipartimento cinese del Commercio non intende prendere in considerazione questa manovra, così come moltissimi dei burocrati del governo in senso lato. Quando nel mercato interno della Cina entrano prodotti importati di alta qualità, costringono i produttori interni a guardare verso l’esterno. E coloro che verrebbero messi ancora di più nell’angolo, nel periodo di aggiustamento interno – insieme a quei ricchi cinesi che consumano i beni stranieri di lusso – non vogliono che questo accada. Ovviamente vanno poi considerati gli industriali occidentali, che fanno fortuna gestendo i beni a basso costo che arrivano dall’Oriente. E gli economisti internazionali, che vengono sfamati da quelle aziende, predicano il contrario.

Queste sono le vere ragioni che si nascondono dietro alla situazione attuale, una situazione che ha ridotto sul lastrico centinaia di milioni di persone. Tuttavia, lo status economico è più forte di quanto non lo sia la volontà di queste persone. La società democratica dell’Occidente non permetterà a politici o accademici di prendere in giro la popolazione, definendola per troppo tempo “povera”. È per questo che la recessione economica di Stati Uniti e Europa ha costretto il governo cinese a uscire dalla caverna che si era scavata. Il collasso economico della Cina, insieme alla povertà in cui si ritrovano sempre più persone, sta stringendo Pechino verso una nuova strategia che non danneggi gli altri.

Bisogna ora vedere se e quanto i grandi capitalisti della nazione saranno in grado di accettare, aprendo una volta per tutti gli occhi, questa realtà. Se l’accettano, allora tutti potranno vivere una vita migliore; tranne quei capitalisti che, fino a oggi, hanno ottenuto un profitto eccessivo. Se non l’accettano, allora cadranno insieme al Partito comunista cinese. La prospettiva per loro, in caso di crollo, è quella di fuggire in una nazione straniera: ma non è un’idea brillante, perché sono molti i cittadini cinesi che hanno accumulato rabbia nei confronti di questa gente, ed è difficile che possano lasciarli andare via. La società internazionale, infine, che ha perso la possibilità di emergere dalla crisi, non gli concederà asilo. Sono davanti a un bivio. 

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