13/05/2014, 00.00
CINA
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La "Super Banca" asiatica, ultima arma di Pechino nella guerra per la supremazia mondiale

Il governo cinese è pronto per lanciare l'Asian Infrastructure Investment Bank, un Istituto di credito di dimensioni enormi con cui spera di allontanare dal continente asiatico il Fondo Monetario Internazionale, l'Asian Development Bank e persino la Banca mondiale. In cambio di prestiti a tasso zero, chiederà ai propri partner "soltanto" sostegno contro i nemici esterni (come Giappone e Usa) e interni (i separatisti etnici). Nel frattempo, continua la sua penetrazione in Africa.

Pechino (AsiaNews) - Il governo cinese ha pronto uno stanziamento iniziale pari a 50 miliardi di dollari per lanciare l'Asian Infrastructure Investment Bank, un Istituto di credito di dimensioni enormi con cui spera di mettere da parte il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l'Asian Development Bank (Adb) e la Banca mondiale (Wb). La cosiddetta "Super Banca" è l'ultima arma ideata da Pechino nella guerra per la supremazia dei mercati e della diplomazia internazionale. L'annuncio ufficiale è stato dato dal premier Li Keqiang durante il discorso di apertura del Forum asiatico di Boao: "La Cina è pronta per i colloqui preliminari con le parti in causa. Speriamo di poter inaugurare la nuova banca entro un breve termine".

Le "parti in causa" sono le nazioni asiatiche in via di sviluppo (in prima fila vi sono Vietnam, Cambogia, Myanmar e Corea) che fino a oggi hanno richiesto prestiti e investimenti all'Asian Development Bank. Di base a Manila, questo Istituto di credito transnazionale è di fatto nelle mani del Giappone: per tradizione, è Tokyo a indicarne il governatore esattamente come la Banca mondiale è appannaggio degli Stati Uniti e il Fondo monetario internazionale dell'Unione Europea. Lo scopo di Pechino è quello di "spezzare" lo status quo, invertendo i criteri di concessione del credito a livello internazionale.

In pratica, il governo cinese propone prestiti ai governi asiatici a "interessi zero" senza imporre quelli che sono i canoni standard per le trattative internazionali: nessuna pressione interna, richiesta di riforme politiche o di garanzie a lungo termine. Pechino chiede sostegno nelle arene internazionali - come le Nazioni Unite, l'Asean o la Corte penale dell'Aja - per quanto riguarda le proprie questioni interne: Tibet, Xinjiang e Taiwan. Inoltre, vuole il voto favorevole in tutte le controversie che riguardano le acque e le terre contese, come quelle del Mar cinese (orientale e meridionale) e il confine con l'India.

Da un punto di vista globale, il progetto della "Super Banca" si propone di emarginare la presenza americana in Asia. Mettendo da parte l'Adb, la speranza è quella di ribaltare il cosiddetto "Washington Consensus", ovvero l'egemonia statunitense nelle questioni prima asiatiche e poi mondiali. Esperti ed analisti sono tuttavia molto scettici: secondo William Pesek di Bloomberg, infatti, "nonostante i 4mila miliardi di dollari nelle mani del governo cinese, l'esperienza della Cina in Africa dimostra che il sostegno del Dragone può costare molto caro".

Il riferimento dell'analista è alla penetrazione cinese nel Continente Nero, un progetto che va avanti da più di un decennio e che ha mostrato le falle del sostegno economico cinese all'estero. I numerosi problemi creati dal neo-colonialismo di Pechino in Africa è stato ammesso persino dal premier Li Keqiang, che ha appena concluso un tour di una settimana in Etiopia, Nigeria, Angola e Kenya. Nel corso dei dialoghi con leader politici ed economici africani, Li ha ammesso che nel rapporto sino-africano "ci sono ancora dei punti dolorosi", ma ha promesso che questi nodi "verranno sciolti presto".

I "punti dolorosi" riguardano sia la spoliazione delle ricchezze naturali da parte di industrie pubbliche e private cinesi che operano in Africa che il massiccio afflusso di forza lavoro dall'Asia: soltanto in Angola sono arrivati negli ultimi anni più di 300mila operai cinesi, che hanno preso il posto dei nativi scatenando rivolte che in alcuni casi sono sfociate nel sangue. Inoltre, alcune stime internazionali sostengono che oramai il 40 % delle risorse africane - petrolio, gas fossili, pietre preziose e "terre rare" - siano in mano a industriali cinesi.

Per fugare questi dubbi, Li ha promesso entro il 2020 un incremento degli investimenti diretti nel continente pari a 100 miliardi di dollari, e ha preventivato per la stessa data una bilancia commerciale bilaterale pari a 400 miliardi di dollari. Il premier ha però voluto anche reiterare l'impegno del suo Paese "per il benessere locale", promettendo un prestito da 10 milioni di dollari per la protezione dell'ambiente in Africa e un altro da 8 milioni per le vittime della terribile guerra civile in Sud Sudan. 

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