20/07/2011, 00.00
CINA - AFRICA - UGANDA
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La crescente pretesa africana di avere maggior rispetto dalla Cina

In Uganda e altrove, popolazione e governi africani chiedono a Pechino non solo finanziamenti, ma anche rispetto degli accordi per i lavoratori e aiuto nello sviluppo dell’economia. La testimonianza di fonti di AsiaNews. Possibile una nuova collaborazione con le democrazie occidentali.
Pechino (AsiaNews) – “C’era molto malumore tra gli operai ugandesi perché la ditta cinese, vincitrice dell’appalto per la costruzione delle nuova strada, in violazione degli accordi stava facendo lavorare solo operai cinesi. In seguito la situazione è cambiata”. La Cina è ormai un partner essenziale per lo sviluppo dei Paesi africani, ma Pechino è sempre più accusata di colonialismo economico. Fonti di AsiaNews descrivono i “quotidiani” problemi dell’attività di una ditta cinese in Uganda.

Gli scambi commerciali Cina-Africa sono passati dai 10 miliardi di dollari del 2000 ai 115 miliardi del 2010, Pechino ha contratti con 45 Paesi africani, soprattutto per la costruzione di infrastrutture e servizi (strade, dighe, ponti, ferrovie, ma anche oleodotti, raffinerie e servizi telefonici) e lo sfruttamento delle materie prime (petrolio e minerali pregiati che costituiscono il 90% delle sue importazioni dal continente, ma anche caffé dall’Uganda, olive dalla Tunisia, sesamo etiope). L’Occidente negli ultimi 50 anni ha speso circa 400 miliardi di dollari per aiuti all’Africa, ma li ha sempre diretti a governi ritenuti legittimi e chiede garanzie che i fondi vadano a beneficiare davvero la popolazione. Pechino non ha problemi a collaborare con governi repressivi o corrotti ed eroga finanziamenti senza controllarne l’utilizzo, in cambio riceve energia (petrolio da Sudan e Angola) e preziose materie prime.

D’altra parte le ditte cinesi sono disposte a investire in regioni e in operazioni che l’Occidente reputa troppo rischiose.

Però i Paesi africani hanno constatato che l’aiuto della Cina può anche non portare un effettivo sviluppo, ma a una dipendenza dal commercio e dagli investimenti di Pechino: le sue fabbriche sono state accusate di sfruttare gli operai locali con basse paghe e misere condizioni di lavoro e di inondare il mercato con prodotti economici strangolando le nascenti industrie locali. Nelle miniere i minatori africani lavorano in condizioni di scarsa sicurezza per salari minimi. Le ditte cinesi più volte hanno dovuto affrontare proteste e vere sommosse di lavoratori africani esasperati e censure dei governi e iniziano ad agire con maggior rispetto per le esigenze della popolazione locale.

Al confine tra Uganda e Congo, tra la città di Fort Portal e la regione di Bundibugyo, è in costruzione una strada essenziale per lo sviluppo della zona: ora tra le due località esiste solo una mulattiera, oltre 3 ore di auto per 25 km in linea d’aria circa.

Una fonte di AsiaNews, che ha chiesto l’anonimato, spiega che, nonostante l’importanza dell’opera, i locali lamentavano che la società cinese che aveva vinto l’appalto “non manteneva le promesse fatte al governo ugandese, stava facendo lavorare soltanto operai cinesi. Molti affermavano con certezza che si trattava in realtà di carcerati non retribuiti per il lavoro svolto”.

In seguito la ditta cinese, “forse per la pressione del governo, ha iniziato ad impiegare numerosi operai ugandesi. Rimane il fatto che il numero di cinesi resta molto alto. Ma ora molti cinesi erano intenti a insegnare il lavoro agli operai ugandesi. Gli operai lavorano giorno e notte”.

Un'altra fonte nota che tra gli ugandesi ci sono due diverse posizioni. Alcuni dicono che le imprese cinesi stanno colonizzando in maniera violenta l’Uganda, vincendo gli appalti con offerte stracciate; altri fanno notare come il Paese stia traendo beneficio dai loro interventi, anche perché, ‘a differenza degli europei’, lavorano sodo, in fretta e senza troppa burocrazia”. La presenza cinese in Africa - osserva la fonte - è ormai un dato di fatto ineliminabile: ogni progetto futuro di aiuto e sviluppo in Africa dovrà tenerla presente e confrontarcisi.

Come osserva Paul Letters sul quotidiano South China Morning Post, la Cina “domanda un torrente di risorse naturali, ma desidera anche pace e stabilità politica in Africa. A questo fine, la Cina sempre più si trova a condividere in modo tacito la preoccupazione dei democratici occidentali per i buoni governi”.
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