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» 02/02/2007
CINA
Le ditte occidentali pagano ispettori privati per tutelare i lavoratori
Paghe inferiori al minimo, straordinario non retribuito, mancanza di misure di sicurezza sono gli aspetti dello sfruttamento dei lavoratori nelle fabbriche cinesi subcommittenti delle multinazionali occidentali, che gli ispettori statali non combattono.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il sistematico sfruttamento del lavoro dei migranti - paghe inferiori al minimo, straordinario non retribuito, mancanza di misure di sicurezza - ha generato una nuova professione: ispettori privati delle ditte occidentali che controllano le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi loro subcommittenti.

Il basso costo della forza lavoro in Cina contribuisce ad attirare gli investimenti esteri. Ben Wood, architetto americano che lavora a Shanghai, dice che il boom edilizio della città non sarebbe stato possibile senza il basso costo del lavoro, che permette di realizzare grattacieli per un costo pari a circa il 20% di quanto sarebbe negli Stati Uniti. “Un muratore americano – spiega – costa circa 40 dollari l’ora, mentre in Cina prende meno di 1 dollaro al giorno”.

Le ditte occidentali, tuttavia, temono una cattiva pubblicità per lo sfruttamento degli operai. E’ ancora vivo il ricordo di scandali come l’incendio di una fabbrica occidentale di giocattoli in Thailandia dove nel 1993 sono morti 188 operai per il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Dagli anni ’90, gruppi di opinione sollecitano le grandi ditte Usa, come Nike e Wal-mart, a controllare le condizioni di lavoro nelle fabbriche subcommittenti. E queste inviano propri ispettori per verifiche a sorpresa.

Secondo Samuel Wong, ispettore privato, le fabbriche cinesi hanno imparato a dissimulare le vessazioni contro i dipendenti. Alcune – racconta – usano sofisticati programmi di computer per elaborare falsi registri di lavoro. Altre “insegnano” agli operai come debbono rispondere agli ispettori, per esempio negando di lavorare la domenica o di fare straordinari.

Daniel Viederman, direttore esecutivo di Verité, compagnia di controlli assunta dalla Apple dopo la denuncia lo scorso agosto sulle misere condizioni degli operai nella fabbrica cinese degli iPod, dice che nei due terzi dei controlli effettuati l’ultimo anno gli operai avevano lavorato oltre i limiti previsti e che nel 68% dei casi nemmeno erano stati pagati per il lavoro straordinario.

La legge cinese prevede 40 ore di lavoro settimanale - che possono arrivare a 66 con il lavoro straordinario da pagare oltre il normale salario - e un giorno obbligatorio di riposo. Ma, secondo fonti ufficiali, le cause in materia di lavoro sono aumentate del 20% nel 2005. Il 10% dei lavoratori dice che non ha firmato alcun contratto e il 45% lamenta che è costretto a fare lavoro straordinario. “Ci sono ottime leggi a tutela dei lavoratori”, dice Steve Feniger, direttore della azienda commerciale SSPartners che da 30 anni lavora in Cina. “Ma nessuno le rispetta”.

Secondo dati ufficiali, il ministero per il Lavoro e la sicurezza sociale ha 20mila ispettori  per controllare le condizioni di lavoro. Il ministro dice che nel 2005 sono state compiute 1,2 milioni di ispezioni e prese in esame 250mila lamentele di dipendenti, compreso il pagamento di paghe arretrate per 8,4 milioni di lavoratori.

Ma Apo Leung, direttore esecutivo del Centro per il controllo delle risorse in Asia, ong che controlla le fabbriche del Continente, dice che i governi locali considerano i migranti “come cittadini di seconda classe”. In alcune aziende sono persino multati se vanno al bagno troppo spesso, se parlano troppo o se lasciano la luce accesa quando escono da una stanza. (PB)  


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