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» 25/10/2011 13:57
MEDIO ORIENTE
Le donne della primavera araba, necessarie per stabilire la democrazia
di Giulia Mazza
Bernard Sabella, professore cattolico di sociologia all’università di Betlemme, analizza il ruolo della donna nei Paesi mediorientali: figura in secondo piano, attivista politica, o terrorista. Gli Stati devono garantire sicurezza economica, sociale, culturale ed educativa, non solo militare. Sulla situazione palestinese, il docente afferma: “Gli uomini hanno bisogno delle donne per creare uno Stato indipendente”.

Roma (AsiaNews) – “La lezione più grande della primavera araba, per chiunque salirà al potere in questi Paesi, è che se non si rispettano i diritti umani di base, è impossibile garantire sicurezza al proprio popolo”. Lo afferma ad AsiaNews Bernard Sabella, professore cattolico di sociologia all’università di Betlemme, a Roma per il convegno “Le donne agenti di cambiamento nel sud del Mediterraneo”. L’ultimo premio Nobel per la pace, assegnato alla yemenita Tawakkul Karman (insieme a Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee); le donne saudite al voto (tra quattro anni); le 27 palestinesi liberate in base all’accordo su Shalit: le urgenze del mondo arabo, emerse con la Rivoluzione dei gelsomini e in alcuni casi piegate al volere dei fondamentalismi, hanno per protagonisti anche le donne.

“Nei Paesi arabi – spiega Sabella – le donne hanno gli stessi problemi degli uomini, soprattutto in termini di mancanza di opportunità e di impiego. Anzi, per loro è peggio: quando sempre più donne musulmane vanno all’università, ma poi non hanno le stesse opportunità dei loro colleghi di parlare o trovare un lavoro aderente ai loro studi, diventa naturale che s’interroghino sulla natura del sistema sociale ed economico del Paese in cui vivono”.

“Che piaccia o no – prosegue il professore – per tradizione le donne arabe vivono in un sistema patriarcale, che tende a metterle in secondo piano e insegna che questa cultura e questa religione offrono loro la giusta protezione. Ma la questione, è che offrire protezione non risponde alle domande di oggi”.

In tal senso, le recenti mosse del governo saudita – che per la prima volta concede alle donne di votare e candidarsi alle prossime elezioni, ma senza poter apparire nei manifesti elettorali, e poi mantiene il divieto di guidare alle donne – non rappresentano una schizofrenia di chi è al potere, ma un problema radicato nella società. “Anche se il regime cerca di far evolvere la situazione femminile – spiega –, nella società ci sono forze tradizionaliste (uomini e donne) assolutamente contrarie. La situazione delle donne diventa una questione politica di prim’ordine: ma come si possono prospettare donne alla guida, al voto, che occupano posti di lavoro, senza provocare una reazione interna, che può sfociare nell’estremismo e nel fondamentalismo?”.

Il professore sottolinea che lo Stato deve occuparsi di mercato di lavoro, di educazione, di salute e di uguali opportunità: “La sicurezza non è solo di tipo militare. Quando non ti senti sicuro da un punto di vista economico, culturale, sociale, educativo; quando non hai una casa e un’istruzione adeguata; quando non sai nemmeno leggere e scrivere, allora quel governo – a prescindere da quante armi comprerà per proteggerti – resterà instabile”.

Infine, Sabella parla della situazione palestinese, che per tradizione vede le donne impegnate nella lotta politica. Ai tempi del mandato britannico (1920-1948), era l’elite a scendere in piazza; oggi, l’attivismo femminile è diviso tra religione e secolarismo, fino a sfociare nel terrorismo: tra gli oltre mille prigionieri liberati dalle carceri israeliane in base all’accordo su Shalit (il giovane soldato israeliano prigioniero di Hamas dal 2006, ndr), 27 erano donne.

Il docente conta i numeri: “Nelle università ci sono circa 96mila donne, contro 79mila uomini. Questo significa che c’è una generazione che decide da sola cosa fare: alcune donne vogliono fare attivismo politico, altre lavorare nel settore legale, o magari in un’ong internazionale”.

Comunque, per Sabella la sfida più grande resta quella politica: “Vogliamo porre fine all’occupazione israeliana e vogliamo un nostro Stato. Gli uomini non possono fare da soli la Palestina: hanno bisogno delle donne per affrontare questa sfida”.
 

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