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  • » 20/06/2013, 00.00

    INDIA

    Leader cristiano: L'hindutva non è la speranza dell'India

    Nirmala Carvalho

    Per il capo del gruppo estremista indù Rashtriya Sawayamsevak Sangh (Rss), l'ideologia radicale induista è "l'unico modo per cambiare il Paese". Presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic) accusa: "Si sono sempre opposti all'uguaglianza sociale; se si sostengono le caste non si può parlare di cambiamento".

    Mumbai (AsiaNews) - "Il sistema delle caste e la discriminazione sono il vero volto delle forze ultranazionaliste indù. Fino a quando esisterà la discriminazione, non potrà esserci reale sviluppo della società". È il commento rilasciato ad AsiaNews da Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), in merito ad alcune dichiarazioni di Mohan Bhagwat, presidente del gruppo fondamentalista indù Rashtriya Sawayamsevak Sangh (Rss).

    Commentando la nomina di Narendra Modi, chief minister del Gujarat, a direttore della campagna elettorale del Bharatiya Janata Party (Bjp) per le elezioni generali 2014' Bhagwat ha affermato che "l'hindutva è l'unico modo per portare un cambiamento nel Pase". L'hindutva è un'idea logica che considera l'induismo un'identità etnica, culturale e politica, in nome della quale gruppi come la Rss perpetrano atti di violenza e discriminazione contro le minoranze etniche e religiose dell'India.

    "I sostenitori dell'hindutva - nota il leader cristiano - si sono sempre opposti all'uguaglianza sociale: come possono parlare di cambiamento, se la loro dottrina promuove una sola ideologia? Come possono parlare di cambiamento se sono i primi sostenitori delle caste, per colpa delle quali milioni di dalit vivono in condizioni patetiche?".

    Quel che è ancora peggio, nota Sajan George, è la "giustizia mascherata di cui sono vittime i dalit cristiani", per colpa della quale "subiscono una doppia discriminazione". Nel 1950 il parlamento approvò l'art. 3 della Costituzione sulle Scheduled Caste (Sc): in base a questo paragrafo la legge riconosce diritti e facilitazioni di tipo economico, educativo e sociale solo ai fuori casta indù. In seguito, nel 1956 e nel 1990, lo status venne esteso anche a buddisti e sikh, escludendo cristiani e musulmani.

    "Le condizioni di vita dei dalit cristiani - aggiunge - non sono diverse rispetto a quelle degli altri fuori casta. È uno scherzo che la sola pratica di un'altra religione li escluda da tutti i pochi benefici di cui godono i fuori casta in un Paese laico e democratico come l'India".

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