07/08/2014, 00.00
LIBANO - MEDIO ORIENTE
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Libano, la prossima frontiera della guerra islamista per il Califfato mondiale

di Fady Noun
Da giorni sono in corso combattimenti lungo il confine est del Paese fra esercito di Beirut e gruppi jihadisti. Epicentro degli scontri la città di Arsal, che riveste un’importanza strategica. Tensioni nelle aree libanesi a maggioranza sunnita. Lo stallo sulla nomina del presidente della Repubblica fonte di ulteriore tensione.

Beirut (AsiaNews) - Nella notte l'esercito libanese ha liberato sette membri della sicurezza nella città di Arsal, nei pressi del confine con la Siria, da giorni teatro di scontri violenti fra militari e milizie islamiste dell'Isis. Oggi è stato raggiunto un cessate il fuoco, grazie alla mediazione operata da un gruppo di leader musulmani locali. Un convoglio della Croce rossa ha fatto il suo ingresso in città per liberare i feriti; ora si registra una situazione di relativa calma, ma non si esclude che qualche combattente sia rimasto in città. Almeno 17 soldati, 50 miliziani e 12 civili sono morti durante gli scontri, durati cinque giorni e conclusi nella notte - al termine di una battaglia di 90 minuti - con la ritirata degli islamisti. 

La presa - poi rientrata - di Arsal è il primo sconfinamento in terra libanese della guerra che si combatte da quattro anni in Siria da parte degli islamisti per cacciare il presidente Bashar al-Assad. Il capo dell'esercito di Beirut ha lanciato una richiesta di aiuto internazionale, per sventare la minaccia islamista. Intanto Francia e Arabia Saudita accelerano le operazioni per la consegna di tre miliardi di dollari in armamenti al Libano.
Ecco, di seguito, l'analisi del vice-direttore del quotidiano francofono libanese L'Orient-Le Jour: 

Dallo scorso sabato 2 agosto sono in corso combattimenti lungo il confine est del Libano, fra l'esercito nazionale e diversi gruppi jihadisti, in particolare le truppe del Fronte al-Nusra e i miliziani dello Stato Islamico (ex Isis, Stato islamico dell'Iraq e del Levante). La battaglia è concentrata attorno al borgo sunnita di Arsal, che si trova nei pressi del massiccio di Qalamoun, da mesi al centro di una feroce disputa che vede opposti l'esercito siriano - sostenuto da Hezbollah - e i ribelli islamisti takfiri. La città è strategica per gli islamisti, perché necessaria come punto d'appoggio per i rifornimenti o per curare e far riposare i feriti; ancor più oggi, che hanno perso alcune delle loro posizioni conquistate in precedenza. E lo è a maggior ragione perché è luogo di riparo per quasi 150mila rifugiati siriani, una massa di persone che costituisce un perfetto nascondiglio per i combattenti. 

La battaglia è stata innescata dagli stessi jihadisti, che il 2 agosto scorso hanno invaso le vie della città, prendendo in ostaggio una ventina di membri delle Forze di sicurezza interna presenti al momento dell'assalto. Gli islamisti hanno inoltre giustiziato alcune persone che tentavano di difendere gli uomini della sicurezza e hanno aperto il fuoco verso le postazioni dell'esercito, dislocate intorno alla città. Il primo bilancio di tre giorni di combattimenti è già pesantissimo: almeno una ventina di "dispersi" fra le truppe, una quindicina di morti fra le fila dell'esercito e oltre 90 feriti. 

Dietro l'inizio di questo nuovo fronte di scontro sembra esserci l'arresto di uno dei capi di al-Nusra, Imad Jomaa, ad un posto di blocco dell'esercito [libanese]; esso pare aver dato fuoco alle polveri. Jomaa, capo di una brigata chiamata Liwa fajr el-islam che ha fatto la sua comparsa ad Homs, si è alleato in un secondo momento con il Fronte al-Nusra, e quindi con lo Stato islamico. Tuttavia, il comandante dell'esercito, il generale Jean Kahwagi, assicura che gli insorti prima o poi avrebbero dato seguito al loro piano, e che l'esercito ne ha solo anticipato i tempi. Un'affermazione che pare discutibile, tenuto conto dell'effetto sorpresa di cui hanno beneficiato gli jihadisti e delle perdite inflitte alle truppe. Ed è anche fonte di contrasto, considerati i numerosi appelli lanciati invano ai militari in cui si chiedeva loro di bloccare le frontiere in quel particolare settore. 

Basti notare che è proprio all'interno di questi campi attorno Arsal che sono divampati i combattimenti, che hanno poi investito la città, ormai sotto il loro controllo. La città è posizionata all'intero di una vallata, circondata in ogni punto da montagne, ivi compreso il versante in territorio libanese. Da domenica 3 agosto l'esercito ha lanciato una controffensiva, per cercare di riprendere il controllo delle alture che dominano la borgata e di alcune vallate che portano in quella direzione, a partire dalla Siria. Tuttavia, questa missione non è affatto facile perché la guerra condotta dagli jihadisti non è un conflitto di posizioni, ma una guerriglia nella quale alcuni mostrano davvero una estrema professionalità. Inoltre, le milizie islamiste sembrano essere in sovrannumero - si parla di migliaia e più di combattenti - sebbene non possano disporre né di blindati, né della potenza di fuoco dell'esercito libanese. Ma ciò che blocca l'azione dell'esercito è anche la presenza ad Arsal della popolazione libanese. Difatti, dopo un primo esodo massiccio gli jihadisti di Arsal hanno bloccato le vie di uscita della città impedendo alla popolazione di fuggire, aprendo il fuoco su quanti rifiutavano di obbedire ai comandi e, in alcuni casi, bruciando le loro vetture. Del resto per le truppe è fuori questione adottare la strategia della terra bruciata, almeno fino a quando la popolazione civile sarà presa in ostaggio. L'artiglieria ha preso di mira solo alcuni avamposti, situati alla periferia della città stessa. 

Un gruppo di sceicchi e di ulema salafiti libanesi ha intrapreso una missione di pace, lasciando uno spiraglio minimo alla soluzione politica, piuttosto che militare, della crisi, sebbene le possibilità di riuscita siano davvero minime anche a causa delle divisioni fra i gruppi che controllano Arsal. In più, è fuor di questione che l'esercito - sostenuto da una dichiarazione risoluta del governo in tal senso - sia disponibile a un qualsivoglia compromesso con l'Isis e il Fronte al-Nosra. Nel 2007 a Nahr el-Bared (a nord di Tripoli) e nel 2013 a Abra (a est di Saïda), alcune insurrezioni islamiste sono state represse nel sangue. Il 4 agosto scorso il governo di Tammam Salam, all'unanimità dei suoi membri, ha riaffermato che non si possono fare compromessi con il terrorismo.

I combattimenti al confine hanno causato forti tensioni in alcune regioni del Libano a maggioranza sunnita. A Tripoli, uomini armati hanno aperto ieri il fuoco contro un automezzo adibito al trasporto di militari, causando otto feriti, fra cui un ufficiale colpito in modo grave. Tuttavia, l'incidente non ha avuto conseguenze e le attività della città sono continuate in modo più o meno regolare. 

All'interno della classe politica, il confronto attuale è giudicato come "di vitale importanza" alla luce dei crimini commessi dallo Stato islamico in tutti i territori da esso controllato e, in particolare, a Mosul da cui i cristiani sono stati espulsi. Il gruppo è visto come strumento per un più ampio scambio di popolazioni, che mira alla creazione di regioni omogenee sul piano etnico e religioso; un principio in totale contraddizione con il pluralismo che è da sempre ricchezza del Libano, e di cui il mondo arabo comincia a scoprirne il valore insostituibile. 

Nei circoli diplomatici si seguono con apprensione le vicende di Arsal, cartina di tornasole della guerra che si consuma, all'interno del mondo arabo, fra le principali aree sciite e sunnite. "Dopo la Siria e l'Iraq, è la volta del Libano?" si chiede preoccupata la popolazione civile, che credeva fino a poco tempo fa che il Libano potesse disporre di una speciale protezione. Siamo davanti a un episodio passeggero o di un fronte aperto che durerà nel tempo? Mancano alcuni elementi certi per poterlo stabilire. 

Per godere ancora della loro sicurezza, i libanesi si chiedono di nuovo quale sarà il prezzo politico che dovranno pagare, in particolare per ciò che concerne la carica di presidente della Repubblica. La cerchia pro-iraniana critica l'Arabia Saudita, accusandola di non aver mantenuto l'impegno a rifornire l'esercito di nuovi equipaggiamenti del valore di tre miliardi di dollari. I critici rispondono chiedendosi a quale governo, e a quale presidente, dovrebbero essere consegnate queste armi, in una nazione in cui è all'apice la lotta fra la fazione del 14 marzo (pro-Occidente) e quella dell'8 marzo, sull'asse siriano e iraniano, e senza presidente da più due mesi per le divisioni insanabili.  

 

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