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» 13/01/2012 09:02
MYANMAR
Liberati detenuti politici birmani di primo piano
Il provvedimento voluto dal presidente del Myanmar riguarda 651 prigionieri, fra cui – ma non si conosce il numero esatto – prigionieri di coscienza. Fra loro monaci, leader studenteschi e l’ex Primo Ministro e capo dell’intelligence Khin Nyunt. Per Aung San Suu Kyi è un “segnale positivo”. Più vicina l’ipotesi di una rimozione delle sanzioni occidentali.

Yangon (AsiaNews/Agenzie) – Con un atto di clemenza voluto dal presidente Thein Sein, diversi dissidenti birmani di primo piano sono stati liberati dalle carceri del Paese dopo anni di detenzione. Il provvedimento in vigore oggi è solo l’ultimo di una serie di amnistie decise dal nuovo governo “civile”, che mira a rientrare a pieno titolo in seno alla comunità internazionale, ottenere la cancellazione delle sanzioni del blocco occidentale – Stati Uniti e Unione europea – e conquistare la presidenza dell’Asean, l’associazione che riunisce 10 nazioni del Sud-est asiatico, per il 2014. Secondo le prime informazioni filtrate, ancora frammentarie e confuse, fra i detenuti liberati – 651 in totale – vi sarebbe uno dei leader di 88 Generation Students Group, Min Ko Naing (nella foto), insieme all’ex premier e capo dell’intelligence Khin Nyunt – finito agli arresti per ordine del generalissimo Than Shwe, capo della precedente giunta militare – e uno dei promotori della rivolta del monaci del settembre 2007, ribattezzata la Rivoluzione zafferano, Shin Gambira.

Analisti ed esperti di politica birmana sottolineano che la caratura delle personalità liberate è indice di un passo “decisivo” per il Paese, nel solco della democrazia e di riforme atte a promuovere l’unità nazionale. In particolare, Min Ko Naing era forse il più celebre – dopo Aung San Suu Kyi – fra i prigionieri politici in Myanmar. Nel 2003 egli aveva promosso un primo “progetto in 7 punti” di “riforme democratiche”, ma è rimasto vittima di una purga del regime l’anno successivo, ad opera - forse -  dell’ex generalissimo Than Shwe.

La leader dell’opposizione democratica Aung San Suu Kyi ha accolto con favore il nuovo provvedimento di amnistia, giudicandolo un “segnale positivo” lanciato da Naypyidaw. “Salutiamo con piacere il rilascio – avrebbe detto la Nobel per la pace, secondo quanto riferito da un portavoce – alcuni dissidenti sono già sulla via di casa”.

Il governo birmano, in carica da poco meno di un anno, ha già disposto il rilascio di molti prigionieri politici, mostrando di voler perseguire un reale processo di cambiamento in senso democratico. Al momento non vi sono dati ufficiali sul numero dei prigionieri politici liberati, ma pare che prima del provvedimento odierno nelle carceri vi fossero ancora fra i 600 e i 1000 detenuti di coscienza. È importante sottolineare che la grazia concessa oggi da Thein Sein segue la legge 401(1) del Codice birmano, ed è sotto la diretta responsabilità del presidente. In passato, invece, i provvedimenti di amnistia erano inseriti sotto l’articolo 204(b), in base al quale vi è un consenso diretto ed esplicito del Comitato nazionale di sicurezza e difesa. Insomma, in questo caso il leader della ex Birmania pare aver preso in prima persona l’iniziativa, incurante del parere dei “poteri forti” –  i militari – che hanno dominato per decenni il Paese.

Ieri intanto, a testimonianza delle speranze di cambiamento, il governo birmano ha firmato uno storico cessate il fuoco con il movimento armato Karen. L’accordo è stato raggiunto e sottoscritto da rappresentanti dell’esecutivo e da portavoce del Karen National Union (Knu) a Hpa-an, capitale dello Stato Karen nell’est del Myanmar. Rimane invece ancora critica la situazione nello Stato settentrionale Kachin, dove continuano gli scontri fra milizie ribelli ed esercito regolare e si fa sempre più drammatica la situazione di centinaia di migliaia di profughi.

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