06/08/2013, 00.00
VIETNAM – CINA
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Mar Cinese meridionale: l’imperialismo di Pechino preoccupa i vietnamiti

di TT
Continua la politica espansionista del governo cinese nell’area. Scaduto il bando alla pesca, oltre 9mila imbarcazioni pronte a sconfinare nelle acque di Hanoi. Attivisti, economisti ed esperti contro l’accordo fra i vertici dei due Partiti comunisti, che rischia di minare l’integrità del Vietnam. Allarme anche fra i Paesi Asean: Pechino vuole l’80% dei territori.

Hanoi (AsiaNews) - Ad agosto oltre 9mila imbarcazioni e 350mila pescatori provenienti dalla provincia cinese dell'Hainan "sconfineranno" le zone di competenza per la pesca, invadendo le acque territoriali di Vietnam e Filippine nel mar Cinese meridionale. Da pochi giorni è infatti scaduto il bando imposto dal governo di Pechino, in vigore dal 16 maggio al primo agosto 2013, che proibiva ai pescherecci di avventurarsi nelle aree limitrofe alle isole Paracels e Spratlys. Inoltre, in base al recente accordo fra Hanoi e Pechino, la Cina potrà disporre di porzioni sempre più vaste di mare secondo una politica sempre più "imperialista". La zona è al centro di una feroce contesa tra Filippine, Vietnam e Cina; in gioco vi è lo sfruttamento delle risorse naturali racchiuse nel sottosuolo (petrolio e gas naturali), oltre che il controllo di un punto nevralgico per i commerci marittimi internazionali nell'Asia-Pacifico.

Spesso Manila ha accusato la Cina di intrusioni nelle proprie acque e di attività esplorative illegali. Per questo ha promosso un arbitrato internazionale in seno alle Nazioni Unite, attirandosi gli strali del governo cinese che vuole invece affrontare le questioni irrisolte mediante negoziati bilaterali. Scontri che hanno riguardato anche Pechino e Hanoi, sebbene le autorità comuniste vietnamite non abbiano voluto sostenere l'iniziativa diplomatica filippina. Anzi, di recente si sarebbe giunti a una base di accordo fra Hanoi e Pechino, per l'esplorazione e lo sfruttamento congiunto delle risorse.

In base a questo accordo in 10 punti sottoscritto il 21 giugno scorso nel silenzio generale - la gran parte dell'opinione pubblica vietnamita non ne conosce il contenuto - la Cina potrà operare in sette diverse aree di confine appartenenti al Vietnam, per un'area complessiva di 4mila km2. Il patto sottoscritto fra i due governi comunisti è osteggiato dalla frangia nazionalista vietnamita, da esperti di economia e intellettuali che la considerano una grave "invasione di campo" di Pechino. Dal patto siglato da Hanoi con lo slogan "16 parole d'oro e 4 cose buone" potrebbe prendere il via un processo che comporterà, per il futuro, una progressiva perdita di territorio per il Vietnam.

Gli storici di Hanoi rivendicano il possesso delle isole contese "sin dal XVII secolo"; tuttavia, un attacco della marina cinese fra il 17 e il 19 gennaio 1974 ha permesso la conquista - e il controllo - delle Paracels. Nel 1988 segue l'assalto alle Spratly, durante il quale le navi di Pechino aprono il fuoco uccidendo almeno 64 guardie di confine (oggi considerati "eroi" in patria) e occupando sette piccole porzioni di terraferma. Nel recente passato si sono verificati diversi casi di assalti, sparatorie e sconfinamenti con protagoniste imbarcazioni e pescherecci cinesi. Anche l'Asean - associazione che riunisce 10 Paesi del sud-est asiatico - si mostra sempre più preoccupata, visto che la Cina potrebbe arrivare a occupare fino all'80% del territorio.

Per questo sempre più intellettuali, politici e blogger vietnamiti chiedono maggiore attenzione e rispetto degli interessi interni, nel quadro degli accordi sottoscritti da Hanoi con Pechino. Se il governo continua nella politica di assoggettamento, il rischio è che il Vietnam perda in modo progressivo la propria identità territoriale. Ed è opinione diffusa che la Cina nei prossimi anni "continuerà questa politica di invasione".

Fra le nazioni della regione Asia-Pacifico, la Cina è quella che avanza le maggiori rivendicazioni in materia di confini marittimi nel mar Cinese meridionale. Le isole Spratly e Paracel, quasi disabitate, sono assai ricche di risorse e materie prime. L'egemonia nell'area riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino. A contendere le mire espansionistiche di Pechino vi sono il Vietnam, le Filippine, la Malaysia, il sultanato del Brunei e Taiwan, con gli Stati Uniti che muovono da dietro le quinte per contrastare l'imperialismo di Pechino in un'area strategica, di passaggio per i due terzi dei commerci marittimi mondiali. 

 

 

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