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  • » 17/03/2017, 12.30

    TAIWAN - CINA

    Missili di Taiwan contro la Cina; la riunificazione da ottenere con la forza



    Per la prima volta il ministro della difesa Feng Shih-kuan dichiara che l’isola può colpire obiettivi in Cina fino a 1500 km. L’escalation militare fra i due lati dello Stretto. Trump pronto a consegnare nuove armi sofisticate a Taiwan.

    Taipei (AsiaNews) – Salgono sempre più i toni e le prove di forza fra le due parti dello Stretto. Mentre in Cina si preme per una soluzione militare e una riunificazione con la forza dell’isola ribelle alla madrepatria, a Taipei si pubblicizza per la prima volta che Taiwan ha missili capaci di colpire città cinesi sul continente anche a 1500 km di distanza.

    Proprio ieri, durante una comunicazione al parlamento, il ministro taiwanese della difesa, Feng Shih-kuan, rispondendo alla domanda di un parlamentare ha dichiarato che Taiwan ha la capacità di lanciare missili verso la Cina, che potrebbero colpire fino a 1500 km dall’isola. Finora si conosceva che la Cina ha spiegati centinaia di missili verso l’isola e si conosceva che Taiwan produceva missili di tipo cruise, ma ieri per la prima volta è emerso questo aspetto.

    Per rispondere all’escalation militare della Cina (un incremento del 7% del bilancio militare, annunciato 12 giorni fa), anche Taiwan vuole potenziare la sua spesa militare. Feng ha detto che il bilancio della difesa crescerà quest’anno del 2%. L’anno prossimo l’incremento sarà del 3%. Quest’anno Taiwan si doterà anche di alcuni jet da combattimento.

    Il rapporto sulla difesa di Feng avviene a pochi mesi dalle elezioni di Tsai Ing-wen a presidente, sostenuta dal Partito democratico progressista (Dpp), tentato in passato di spingere verso l’indipendenza. Poiché nel suo discorso iniziale Tsai non ha espresso la sua esplicita adesione al concetto della “unica Cina”, Pechino ha cominciato un forte boicottaggio dei rapporti, chiudendo ogni comunicazione e bloccando merci taiwanesi sul continente.

    Il concetto “unica Cina” è stato stabilito nel 1992 dai leader dei due lati dello Stretto che sono convenuti sul fatto che Cina popolare e Taiwan dovranno prima o poi riunirsi, anche se ogni parte è libera di immaginare il modo in cui tale riunificazione si farà. Tale accordo-nel-disaccordo aveva permesso fino ad ora la crescita di rapporti commerciali, turistici, postali e navali fra le due sponde.

    Dalla vittoria di Tsai in poi, in Cina sono cresciute le voci per riunificare Taiwan con la forza.

    Secondo Li Yihu, decano dell’università di Pechino e deputato all’Assemblea nazionale del popolo, “tutte le mosse pro-indipendenza stimolano la madrepatria a prendere misure coercitive”. In una dichiarazione rilasciata al South China Morning Post, egli afferma che le voci per una prova di forza di Pechino “sono divenute sempre più forti”.

    Alla sessione di aperture dell’Assemblea nazionale del popolo, il premier Li Keqiang ha ribadito che Pechino “non accetterà in alcun modo che qualcuno separi Taiwan dalla Cina”. Con ogni probabilità il riferimento è sia a Tsai Ing-wen che al presidente Usa Donald Trump, che all’inizio del suo mandato ha detto di voler ridiscutere il principio della “unica Cina”, anche se poi è ritornato sui suoi passi.

    Rappresentanti del governo di Taiwan, che hanno preferito l’anonimato, hanno detto che l’amministrazione Trump è pronta a vendere all’isola una nuova serie di armi sofisticate per potenziare la difesa, fra cui missili tattici che distruggono le trasmissioni elettroniche che provengono da sistemi radar terra-aria.

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