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  • » 17/06/2016, 10.32

    CINA - VATICANO

    Mons. Ma Daqin: il testo della sua “confessione”

    Mons. Taddeo Ma Daqin

    Con un articolo pubblicato sul suo blog, il vescovo di Shanghai, dimessosi dall’Associazione patriottica quattro anni fa, sembra “confessare” il suo errore e esalta l’organismo di controllo della Chiesa. Riportiamo qui il testo quasi integrale del suo intervento. Traduzioni dal cinese a cura di AsiaNews.

    Città del Vaticano (AsiaNews) - In questi giorni ha creato molto scalpore la “riconversione” di mons. Taddeo Ma Daqin a sostenitore dell’Associazione patriottica cinese. Dopo aver per quattro anni subito gli arresti domiciliari a causa della sua decisione di uscire da quella organizzazione, ora, in un suo articolo apparso il 12 giugno sul suo blog, egli “confessa” le sue colpe e ripropone per tutta la Chiesa cinese l’importanza di “amare la patria, amare la Chiesa”, il valore dell’indipendenza da “stranieri”, il contributo dell’Associazione patriottica all’evangelizzazione. Molti stupiti commenti sui media si basano però solo su alcune frasi del vescovo, stralciate dal contesto. Presentiamo qui il testo dell’articolo di mons. Ma. In un altro articolo presentiamo le reazioni cinesi e vaticane alla sua posizione.

    Vi è chi si straccia le vesti per il “tradimento” di mons. Ma e chi si frega le mani per averlo ormai fra i cosiddetti “vescovi opportunisti”, in combutta col governo cinese. Leggendo in modo integrale l’articolo del vescovo di Shanghai, vale la pena rilevare che nel testo si parla sì di “indipendenza” (nel governo e nel personale), ma si mantiene la necessità di unità con la Santa Sede e la Chiesa universale. Da questo punto di vista, la rivendicazione di mons. Ma ci pare non vada oltre un certo grado di autonomia che nella Chiesa è prevista per ogni conferenza episcopale nazionale.

    Rimane il fatto che Benedetto XVI, nella sua Lettera ai cattolici cinesi (del 2007) giudica “inconciliabile con la dottrina cattolica” i “principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa” (n. 7) dell’AP (v. nota 36). Ma è anche vero che nella stessa lettera, il papa parla della possibilità di accettare “il riconoscimento concesso dalle autorità civili, a condizione che esso non comporti la negazione di principi irrinunciabili della fede e della comunione ecclesiastica”.  L’impressione è che l’articolo di mons. Ma si mantenga sul filo del rasoio lasciando lo spazio all’obbedienza alle leggi dello Stato. Allo stesso tempo però egli esalta con stile fin troppo positivo l’AP, forse per cercare di garantire la maggior libertà religiosa alla sua comunità di Shanghai. Rimane il fatto grave del suo isolamento, tanto da non poter nemmeno comunicare con lui per conoscere di più il suo pensiero e sapere chi è l’autore reale del testo pubblicato. Ecco l’articolo (quasi) integrale di mons. Taddeo Ma Daqin, il quinto di una serie dedicata alla celebrazione dei 100 anni dalla nascita di mons. Jin Luxian, vescovo di Shanghai morto nel 2013 (traduzioni dal cinese a cura di AsiaNews).

     

    Ci ha guidati sulla via dell’amore della patria e della Chiesa

    Centenario della nascita di Mons. Jin Luxian (5)

     

    Il clero giovane e I fedeli della Diocesi di Shanghai di oggi possono imparare tanto da Mons. Jin Luxian. Ovviamente i talenti e l’esperienza di vita di Mons. Jin temo che non potremo imitarli. Così è la realtà. Ma i suoi nobili sentimenti di amore per la patria e per la Chiesa, il suo spirito di donazione della vita per la causa del Signore, il suo atteggiamento umile nel ministero episcopale, tutto questo possiamo cercare di imitarlo. Non sono lo possiamo, ma lo dobbiamo fare, dal momento che il pastore è modello per il gregge.  E le pecore devono seguire il pastore. Nel discorso per la celebrazione del 40° anniversario della fondazione dell’Associazione patriottica (AP) cattolica di Shanghai, Mons. Jin ha un’espressione molto significativa: La missione del pastore è di tenersi attaccato all’orientamento della Chiesa e gestire bene tutti i rapporti complessi.  Lo ha sempre capito chiaramente nel ministero di evangelizzazione della Chiesa e nel servizio alla società; nello stesso tempo ha cercato di esplorare come la Chiesa deve adattarsi alla società e seguire la via più opportuna.

    Attualmente c’è una certa corrente di liberalismo sia nella società che nella Chiesa, che spinge a criticare a piacere e soggettivamente società e Chiesa con persino parole calunniose, critica solo per la critica, a volte con atteggiamenti ostili, senza una comprensione vera dei fatti… Tale comportamento se fatto da un membro del partito dimostra la mancanza dello spirito di saper criticare e criticarsi come anche di realismo pratico, se fatto da un cristiano dimostra la mancanza di aver ascoltato l’insegnamento di  Gesù di ‘non giudicare per non esser giudicati’.

    Mons. Jin non ha mai criticato né rimproverato nessuno; anche a chi lo criticava con cattiva intenzione e persino lo calunniava rispondeva con un sorriso: tale apertura di mente e di cuore è molto nobile e merita di essere imparato.

    A riguardo della comprensione delle leggi dello stato e della chiesa Mons. Jin aveva un’opinione chiara. Considerava che lo spirito evangelico come la natura e la missione della Chiesa doveva vivere l’insegnamento di amore che Gesù ha dato ai suoi seguaci ed effettuarsi negli impegni di evangelizzazione. La Chiesa nel mondo non doveva cercare nessun potere né privilegi, ma solo compiere la sua missione evangelizzatrice nei modi che la società e i tempi di oggi possono accettare. Conseguentemente per lui, i regolamenti della Chiesa si devono osservare, ma si devono obbedire anche le leggi di uno Stato o di un luogo. Questo vale anche per i cristiani, che devono diventare modello in questa osservanza.

    Storicamente, durante i periodi di unione tra Stato e Chiesa amministravano la società insieme e la Chiesa ha gradualmente dimenticato la sua propria missione sacra, cioè di non cercare l’autorità suprema su questa terra, ma imitare Gesù Cristo nell’essere il servo di tutti.  Solo dopo che l’autorità secolare è diventata sua oppositrice e la Chiesa ha subito gravi attacchi, la Chiesa ha realizzato che lo sbaglio non era dell’autorità secolare ma il suo, perché aveva dimenticato la propria natura e missione, diventando potenza secolare e allontanandosi dalla volontà originaria del Signore.

    Per questo, Mons. Jin ci consigliava frequentemente di guardare alla storia ogni volta che incontriamo difficoltà. La Chiesa non è una realtà fissa ma dinamica e viva che si adatta alla società, alla cultura in cui si propaga: è lo spirito evangelico. In caso di contrasti tra la legge dello stato e della Chiesa, occorre ricordare che la Chiesa è serva che deve obbedire…

    Su questo punto, sono pienamente d’accordo con quanto è stato detto nella recente Conferenza nazionale sul lavoro religioso: ogni religione in Cina deve gestire positivamente ogni rapporto: adeguarsi ai tempi e alla società di oggi, gestire bene i rapporti con il governo, con la società, con le altre religioni, con i correligionari all’estero e con i non credenti, oltre naturalmente osservare le leggi dello stato.

    (Sintesi: Segue qui un lungo paragrafo su Mons. Jin che dapprima ha seguito una via sbagliata, ma poi, data la realtà della Nuova Cina, ha realizzato il suo sbaglio e ha trovato la sua nuova missione nell’Associazione patriottica di Shanghai che ha appoggiato in pieno e ne ha sviluppato il ruolo e le funzioni)

     

    La nostra generazione ha sentito grandemente l’influsso di Mons. Jin, non solo per la formazione spirituale ma anche per il lavoro dell’AP. Mons. Jin ha sempre incoraggiato e guidato il clero a cooperare con l’AP nelle parrocchie per migliorare il suo ruolo nell’assistere ai bisogni locali. Non pochi tra i sacerdoti, grazie al suo incoraggiamento e appoggio, hanno aderito all’AP e hanno congiunto sia nella Diocesi che nelle parrocchie la causa dell’amore per la patria e per la Chiesa guidando i fedeli sulla via dell’adattamento ai tempi moderni e allo sviluppo sociale. Molto presto Mons. Jin mi ha introdotto nell’AP locale: nel secondo anno dopo la mia ordinazione Mons. Jin mi ha raccomandato ad entrare nell’AP di Shanghai, incoraggiandomi a imparare dalle sue guide della generazione passata. A quel tempo, costoro verso me, membro della giovane generazione, mi hanno dimostrato molta cura e apprezzamento, offrendo occasioni per imparare e praticare. Ma allora io non capivo tanto la causa dell’AP. Per un periodo abbastanza lungo, l’AP ha dato lezioni a me e ai membri giovani per crescere. Mons. Jin spesso e specialmente nell’assemblee importanti dell’AP mi ha chiesto di parlare al suo posto: queste occasioni erano per me di grande prova e di allenamento. Ho così realizzato gradualmente l’importanza del ruolo dell’AP, la sua natura, i suoi obiettivi e funzioni, cambiando alcune mie opinioni originali, esperimentando personalmente il senso dell’amore per la patria e per la Chiesa, cioè guidare effettivamente le masse dei fedeli ad adeguarsi alla causa della società socialista e a contribuire alla costruzione sociale del paese.

    Quanto più la nostra Chiesa cattolica si adegua e si immedesima, la nostra società l’approva e l’accetta, e il nostro impegno di evangelizzazione prospera. Questi sono rapporti vicendevoli ottimi, che producono buoni risultati. Particolarmente, con l’aumento dei rapporti e del lavoro, continuiamo gli sforzi di personalità delle nostre generazioni passate, come Gu Meiqing, Tang Guozhi, Lu Jingxiang,  come anche delle recenti come Li Wenzhi, Ma Bailing, Wang Liangquan… da cui ho imparato tanto e mi hanno provvisto grandi cure e aiuto. Dopo essersi ritirati mi mandano ancora gli auguri di Natale.  

    Per un certo tempo ho subito l’abbaglio di elementi stranieri per cui ho detto e fatto errori verso l’AP. Dopo aver riflettuto mi sono accorto che sono state azioni non sagge. La mia coscienza non era tranquilla perché avevo fatto del male a persone che per lungo tempo si erano presi cura di me e mi avevano aiutato. Avevo rovinato il buono stato della diocesi che Mons. Jin aveva con tanta fatica costruito. Tali errori non dovevano avvenire nella Chiesa di Shanghai dalla lunga tradizione di amore per la patria e per la Chiesa.  Per questo, nel profondo del cuore non mi sentivo in pace e avevo rimorsi e speravo di aver l’occasione di rimediare ai miei sbagli. Ho sempre mantenuto una forte affezione per l’AP di Shanghai, derivata dal suo ruolo costruttivo e dal suo contributo allo sviluppo della Chiesa, nell’attuazione della politica della libertà religiosa e nella ripresa delle attività religiose e nella crescita del ministero pastorale dopo il lancio dell’apertura e delle riforme, e in particolare, tutte, grandi e piccole azioni a mio riguardo da quando vi sono entrato. L’AP non è come all’estero molti la giudicano. Credo che la maggior parte del clero e dei fedeli di Shanghai l’appoggiano e ne hanno fiducia.

    Nello sviluppo della Chiesa in Cina l’AP ha un ruolo insostituibile. Storicamente ci sono tanti fatti che ne dimostrano l’importanza per la Chiesa. Nello stadio attuale di sviluppo del nostro Paese credo che il suo ruolo è essenziale per la causa dell’evangelizzazione della nazione: può esercitare una funzione autonoma nel fare da guida a livello politico, aiutare negli affari ecclesiali e nei servizi sociali. Ad es.: come ponte tra governo e masse dei fedeli può aiutare a seguire l’orientamento base della politica ufficiale, organizzare meglio le comunità cristiane, aiutare diocesi e parrocchie nel loro ministero e far condividere l’amore del Signore. In Shanghai, può coordinare le ‘Quattro Guide del carro’ (l’AP locale, la commissione per gli affari ecclesiali, l’Associazione degli intellettuali cattolici e la Diocesi) per trovare i modi migliori per l’evangelizzazione, favorendo la loro giusta autonomia e iniziative, in modo da migliorare la cooperazione e l’efficacia di azione. 

     

    Dalla mia esperienza personale, devo imparare un’altra qualità di Mons. Jin, cioè di correggere coraggiosamente i propri sbagli. Sebbene Mons Jin in un primo tempo aveva seguito una via sbagliata, dopo una seria riflessione si è pentito e ha trovato la sua propria vocazione: nella seconda parte della sua vita ha goduto di splendidi successi. In questo anni, anch’io ho studiato gli scritti di Mons. Jin e ho riflettuto sull’esperienza missionaria di P. Matteo Ricci. Riflettendo su me stesso, ho cercato di correggere i miei difetti e mancanze. Tale lunga riflessione lontana dai lavori quotidiani, mi ha rivelato la mia mancanza di maturità, i limiti della mia comprensione e dei miei giudizi. Ogni persona deve crescere, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente e spiritualmente, nelle sue convinzioni, visioni, modi di pensare. Da giovani, ci siamo adagiati sull’amore per la patria e per la Chiesa delle vecchie generazioni ma mancavamo delle convinzioni sul significato di una Chiesa autonoma e indipendente, sul senso di osservare la costituzione e le leggi dello stato come anche del contribuire positivamente ad adeguarsi alla società socialista. Nell’ inno della veglia pasquale, cantiamo il ‘Felix Culpa’: questa parola sembra oggi darci una sferzata ma anche una speranza: sferza i nostri peccati e sbagli [in cui] siamo caduti e dobbiamo fare la penitenza; speranza perché dopo aver ricevuto l’ammonimento, [da] dove siamo caduti, dobbiamo alzarci e iniziare una nuova vita.

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