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  • » 02/04/2016, 09.50

    ISRAELE - PALESTINA

    Niente carcere per il militare israeliano che ha freddato un palestinese a terra e inerme



    Il soldato che ha ucciso a sangue freddo il 21enne Abdul Fatah al-Sharif affronterà il processo da uomo libero. I giudici hanno deciso per il soggiorno nella base militare di appartenenza. Egli rifiuta di collaborare e non risponde alle domande. Polemica anche sul capo di imputazione, ritenuto troppo lieve. Movimenti di estrema desta in piazza per il suo proscioglimento da ogni accusa.

    Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) - Niente custodia cautelare in un carcere militare, ma obbligo di dimora per i prossimi cinque giorni nella propria base di stanza, con alcune restrizioni di movimento e spostamento. Ha sollevato ulteriori polemiche e divisioni la decisione di ieri del tribunale militare, che ha risparmiato la prigionia al 19enne soldato israeliano accusato di aver ucciso un militante palestinese mentre era già a terra, ferito e inerme. Una nuova udienza del processo, in cui il soldato è imputato per “omicidio colposo”, è in programma il 5 aprile prossimo.

    La vicenda risale ai primi giorni della scorsa settimana ed è accaduta a Hebron. Il militare - di cui non viene rivelata l’identità - ha aperto il fuoco contro il giovane palestinese, il 21enne Abdul Fatah al-Sharif, che in precedenza aveva attaccato con un coltello altri soldati, ferendoli. L’assalitore era già steso a terra, in condizione di non poter più nuocere, anch’egli ferito. Ciononostante, il militare ha puntato il fucile e ha sparato, uccidendolo sul colpo. 

    Attivisti pro diritti umani sottolineano che la decisione del tribunale militare di detenere il soldato all’interno della sua base, col permesso di incontrare i familiari e risparmiandogli la prigionia, contrasta con la gravità del fatto. Il giovane dovrebbe invece restare in cella sino alla conclusione del processo, come da richiesta del pubblico ministero che segue la vicenda.

    Inoltre, secondo i critici i giudici avrebbero già mostrato un atteggiamento benevolo verso il soldato, avendolo incriminato per “omicidio colposo” e non “omicidio volontario” come da prove emerse. Secondo la legge israeliana, l’omicidio colposo implica l’intenzionalità ma non la premeditazione, che è invece prevista nella seconda tipologia di reato.

    Dalle immagini diffuse dagli attivisti di B'Tselem si vede il soldato israeliano che spara in fronte al militante palestinese, steso a terra, senza che questi compia alcun gesto o provocazione. Poco prima dello sparo si sentono alcuni soldati esclamare, in ebraico, “il cane è ancora vivo”. Poi l’esplosione e il soldato che ha aperto il fuoco che grida: “Questo terrorista merita di morire”.

    Il suo gesto ha attirato le critiche di parte del governo e delle alte sfere dell’esercito; tuttavia, i movimenti di estrema destra e gruppi di simpatizzanti hanno già manifestato il loro dissenso per il fermo e ne chiedono l’immediata liberazione oltre che il proscioglimento da ogni accusa.

    Intanto il soldato - che sostiene la linea della legittima difesa - rifiuta di collaborare alle indagini e non intende rispondere alle domande dei magistrati. Egli respinge anche il confronto con i commilitoni che lo accusano di aver sparato in modo deliberato verso il giovane palestinese, con il preciso scopo di ucciderlo a sangue freddo.

    Funzionari delle Nazioni Unite hanno inquadrato la vicenda all’interno dei cosiddetti “omicidi extra-giudiziali”, che si inseriscono in un clima di progressiva violenza nell’area.

    Dall’ottobre scorso, dopo una serie di provocazioni da parte di ebrei ultra-ortodossi di andare a pregare sulla Spianata delle moschee  si sono moltiplicati incidenti e scontri in Israele e nei territori palestinesi, nel contesto della cosiddetta “intifada dei coltelli”. Finora sono stati uccisi circa 200 palestinesi, 29 israeliani, due americani, un sudanese e un eritreo. La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa mentre tentavano di accoltellare o di colpire con armi o con l’auto passanti o soldati. Altri sono stati uccisi nel corso di manifestazioni o in scontri con i militari.

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