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  • » 05/09/2005, 00.00

    asia - petrolio

    Non è solo Katrina a far aumentare il prezzo del petrolio

    Maurizio d'Orlando

    Il Sud est asiatico e l'Estremo oriente pagano l'insufficiente capacità di raffinazione secondaria e la rigidità della domanda dei distillati leggeri, ma sul barile premono anche speculazione finanziaria e problemi politici.

    Milano (AsiaNews) - Le conseguenze economiche dell'uragano Katrina, abbattutosi sulle coste meridionali degli Stati Uniti, si faranno sentire in tutto il mondo ed in particolare nel Sud est Asiatico ed in Estremo oriente. All'origine di tale valutazione, il giudizio di alcuni commentatori e numerose fonti d'informazione, secondo i quali i rialzi del prezzo del
    greggio alla borsa merci di Nuova York sono determinati dai timori dei danni provocati dal ciclone alle installazioni petrolifere statunitensi di produzione e di raffinazione, situate nelle zone colpite. In particolare viene citata la circostanza che proprio in tale area è concentrata buona parte della capacità mondiale di trattamento del greggio in grado di ottenerne i prodotti leggeri quali la benzina e la virgin nafta. I rialzi del prezzo del petrolio sarebbero dovuti dunque a tali circostanza in quanto la domanda di greggio, ed in particolare quella asiatica, è attualmente determinata proprio da impieghi di prodotti leggeri per l'autotrazione e per le produzioni petrolchimiche. In effetti, mentre ad esempio per la produzione elettrica si può fare maggiore ricorso a fonti energetiche sostitutive, quali il carbone, il nucleare e l'idroelettrico, in questi due settori, così come nel trasporto aereo, i distillati dal petrolio, in pratica, non hanno alternative.

    Secondo queste analisi, l'uragano Katrina avrà, dunque, effetti
    particolarmente forti nel Sud Est Asiatico ed in Estremo Oriente perché queste sono le zone in cui l'incremento dell'economia è basato prevalentemente sull'impiego sempre più intensivo dell'energia. Si tratta di una diagnosi senz'altro valida ma di certo non nuova. Anche AsiaNews lo scorso anno aveva menzionato i rischi potenziali derivanti dall'insufficiente capacità di raffinazione secondaria e dalla rigidità della domanda dei distillati leggeri. Ad ogni modo, si tratta di un'interpretazione dell'aumento delle quotazioni del greggio che, se nel brevissimo periodo è persuasiva, non è forse altrettanto convincente nel breve e medio periodo.

    L'argomentazione principale di tale analisi è che a causa della ridotta
    capacità di raffinazione secondaria e della persistenza della domanda di distillati leggeri occorrerà incrementare l'estrazione di greggio per
    ottenere mediante la semplice estrazione primaria la medesima quantità di distillati leggeri. In tal caso però se ne deve supporre un'eccedenza di olio combustibile (in inglese fuel oil residue) residuato dalla raffinazione primaria con conseguente riduzione dei prezzi relativi. Se ne deduce, quanto meno, che l'aumento dei prezzi del petrolio non sarebbe uniforme poiché i greggi pesanti risulterebbero fortemente penalizzati rispetto ai greggi
    leggeri quali quelli dell'Africa Occidentale e del Nord Africa. Gli
    allarmismi che fanno riferimento alle quotazioni della borsa merci di New York andrebbero pertanto ridimensionati perché le ripercussioni sulla crescita economica varierebbero da Paese a Paese in rapporto alla specifica proporzione tra domanda di distillati leggeri e oli residuali. Purtroppo per molti Paesi dell'Asia questa non è però una consolazione.

    Secondo il ministro tedesco dell'Economia e del lavoro, Wolfgang Clement, gli aumenti dei prezzi del petrolio si spiegano sommando ai problemi per la capacità produttiva la distorsione delle quotazioni provocata dalla speculazione. In una conferenza stampa, il socialdemocratico Clement ha affermato che da uno studio del suo ministero alla speculazione è imputabile quasi un quarto del prezzo del barile, 18 dollari rispetto ai circa 70 dollari delle quotazioni attuali. Il ministro ha pertanto invocato in primo luogo maggiore trasparenza sui mercati petroliferi. In secondo luogo, egli ha chiesto agli Stati Uniti di aumentare la loro capacità ed ha fatto appello alle imprese del settore affinché investano di più nella ricerca di nuovi giacimenti e per lo sviluppo di carburanti alternativi. In definitiva, ha affermato, il problema dei prezzi petroliferi che danneggiano la crescita
    economica in tutto il mondo va affrontato e risolto negli Stati Uniti perché proprio al loro interno risiedono le cause.

    La diagnosi del ministro tedesco è anch'essa in parte condivisibile: ormai già da molto tempo le quantità di barili di petrolio "di carta" comprato e venduto alla sola borsa merci di Nuova York sono un forte multiplo del totale annuale delle compravendite reali di petrolio fisico. Nella determinazione del prezzo, dunque, il reale rapporto tra domanda ed offerta conta in effetti molto meno delle cosiddette "aspettative" che caratterizzano invece le transazioni "cartacee". Dato che tali aspettative altro non sono che la sintesi delle opinioni prevalenti dei gestori dei fondi d'investimento speculativi, i cosiddetti "hedge funds", se ne deve dedurre che non sono prive di fondamento le considerazioni del ministro Clement e cioè che la speculazione è una delle maggiori cause dell'attuale aumento delle quotazioni petrolifere. Non si tratta però di alcunché di
    nuovo: gli annali storici fin dall'antichità assira, egiziana, romana, sono pieni di riferimenti ad editti volti a calmierare i prezzi delle materie prime, come ad esempio il grano, manovrati dalla speculazione.

    Rispetto ad epoche più antiche, la reale novità consiste forse  nell'enorme dimensione assunta dalla massa finanziaria a disposizione della speculazione. Si calcola che la massa di moneta e quasi moneta finanziaria, includendo in tale definizione anche il valore dei derivati di borsa, delle cartolarizzazioni, delle coperture assicurative ed altri strumenti simili sia pari, in molti Paesi occidentali e specificatamente negli Stati Uniti, a ben dieci volte il valore del PIL. È immediatamente evidente che si tratta di un assurdo: la moneta non esiste, non è una merce come altre, è solo il metro di valutazione di scambi di beni materialmente disponibili. È chiaramente patologico che il valore della moneta, e della quasi moneta, sia pari a dieci volte il valore monetario delle merci e dei servizi reali prodotti in un anno. Questa è in realtà la bolla finanziaria che sovrasta la nostra civiltà, che necessita di una continua espansione a velocità crescente in tutti i settori ed in tutti i Paesi e che viene definita la "monetizzazione" globale della società. Questa bolla finanziaria, per non travolgere l'intero sistema, viene di volta lasciata sfogare in questo o in quel settore: alcuni anni fa ci fu la bolla della cosiddetta "nuova economia", finita con il crollo di borsa dei titoli tecnologici; ora si parla della bolla immobiliare che sarebbe ormai molto prossima a scoppiare.
    Quella del petrolio, e delle altre materie prime, potrebbe essere invece la prossima bolla, attualmente nella fase crescente ma destinata poi anch'essa a scoppiare tra qualche anno.

    La messa sotto accusa della speculazione, proposta dal ministro Clement, però in fondo spiega poco. Sulla base dell'etimologia latina, speculare significa osservare dei fenomeni esterni, agendo poi sulla base delle opinioni trattene e questo non è nient'altro che il compito istituzionale di un buon gestore di fondi. La bolla finanziaria di cui si diceva non fa altro che amplificare, in un senso e nell'altro, prezzi e quotazioni. D'altronde, le osservazioni sopra riportate sulla finanziarizzazione dell'economia e della società potrebbero essere applicate in termini identici o simili a molte altre materie prime e settori merceologici. Si tratta di un problema di fondo, con forti implicazioni politiche ed etiche, che però non ci spiega perché, a proprio rischio, gli operatori abbiano deciso di puntare sul petrolio e non invece su qualcosa d'altro. L'inatteso incremento della domanda di petrolio in Cina ed in India e la fame di distillati leggeri possono spiegare un livello dei prezzi fino forse ai 50 / 52 $ al barile non certo le attuali quotazioni. Anche il cosiddetto fattore Iraq non può essere
    ritenuto responsabile di 18 / 20 $ di differenziale anche perché i  volumi delle esportazioni irachene sono rimasti più o meno quelli attesi. L'unico scenario che potrebbe giustificare quotazioni superiori sarebbe relativo a problemi nei due altri Paesi del golfo Persico maggiori esportatori di petrolio: l'Arabia Saudita e l'Iran.

    Anche AsiaNews, circa un anno fa, scriveva che in caso di problemi in queste aree i prezzi del greggio avrebbero potuto situarsi in un intervallo tra i 60 ed i 90 $ al barile. All'epoca con quotazioni intorno ai 30 $ al barile poteva sembrare una previsione un po' azzardata. Per inciso ricordiamo che nel giugno del 2004, quando dopo aver toccato una prima volta i 40 $ al barile i prezzi erano leggermente ridiscesi da tale soglia, il ministro Clement aveva previsto che
    in breve le quotazioni si sarebbero stabilizzate attorno ai 28 $ al barile.
    Dietro le parole di oggi del ministro tedesco, che potremmo sintetizzare con la necessità di stroncare la speculazione finanziaria e politica, ci potrebbero essere però anche semplicemente degli interessi di bottega. Nella precedente tornata elettorale, infatti, la coalizione di sinistra, che fino a quel momento nei sondaggi era dato perdente, riuscì per soli 8.500 voti a battere il centrodestra promettendo ai tedeschi che la Germania non sarebbe
    stata accanto agli Stati Uniti nella guerra con l'Iraq che era ormai
    imminente. Anche oggi il governo Schröder rischia di perdere le prossime elezioni del 18 settembre e dunque gioca di nuovo il tutto per tutto con la carta del neutralismo, tanto caro all'elettorato tedesco della nostra epoca.
    Nella campagna elettorale gli esponenti del governo Schröder  affermano pubblicamente che potrebbe essere imminente un attacco israeliano ai siti nucleari iraniani ed in tale frangente la coalizione di centrodestra, guidata dalla signora Merkel finirebbe per essere troppo schiacciata sulle posizioni degli israeliani e degli americani. Gli eventi futuri ci diranno chi aveva ragione. Per parte nostra, non ci vogliamo esimere dall'azzardo di aggiornare le nostre previsioni di prezzo del greggio che in caso di seri problemi bellici nel golfo Persico potrebbe volare a quotazioni intorno ai 100 / 120 $ al barile.

    Certo è che attribuire all'uragano Katrina la responsabilità delle attuali
    quotazioni del petrolio è ancor più azzardato, se non semplicemente
    insensato.

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