28/01/2017, 09.26
TURKMENISTAN
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Non si ferma la repressione contro libertà di pensiero e di religione da parte del governo turkmeno

Le autorità lo negano, ma carcere duro e tortura sono usati contro  studiosi e comunità religiose. E’ di questi giorni la denuncia che nella seconda metà del 2016, almeno due detenuti musulmani sono morti nel carcere di massima sicurezza di Ovada-Depe. Lukman Yaylanov è deceduto nell’estate 2016 probabilmente a causa di torture subite. Narkuly Baltayev è morto mesi dopo.

Ashgabat (AsiaNews) – Prosegue in Turkmenistan la politica di repressione dellalibertà di pensiero e di religione. E’ di questi giorni la denuncia che nella seconda metà del 2016, almeno due detenuti musulmani sono morti nel carcere di massima sicurezza di Ovada-Depe. Lukman Yaylanov è deceduto nell’estate 2016 probabilmente a causa di torture subite. Narkuly Baltayev è morto mesi dopo.

Dopo aver firmato un documento che proibiva di rivelare quanto visto, i familiari dei detenuti hanno potuto ricevere le salme dei due detenuti per la sepoltura. Al momento della riconsegna, il corpo di Baltayev – uomo di corporatura robusta – pesava meno di 25 kg. È impossibile stabilire se le cause del decesso siano dovute a tortura, negligenza o denutrizione. Alternative Turkmenistan News ha dichiarato che un ex detenuto di Ovada-Depe ha affermato di aver udito Yaylanov venire torturato in prigione: “Quando torturavano Lukman Yaylanov, sentivamo il suo pianto e le sue grida fino all’ultimo piano del carcere”.

I due prigionieri facevano entrambi parte di un gruppo informale di studiosi musulmani sunniti guidato da Bahram Saparov. Lo stesso Saparov – insieme ad altri 19, incluso Yaylanov – è stato arrestato nel marzo 2013 e poi condannato al carcere duro nel maggio dello stesso anno.

Yaylanov, proveniente dal distretto di Garabekevul, si era unito al gruppo musulmano di Saparov per studiare le basi del pensiero islamico hanafi sunnita. In ogni caso, il ministero della Sicurezza nazionale (Mss) ha ben presto cominciato a perseguitarlo con interrogatori anche violenti. La polizia ha persino usato criminali locali per cercare di provocare la risposta violenta da parte dei membri del gruppo.

Anche Atageldi aga – imam della moschea sunnita non registrata del distretto Khitrovka di Ashgabat – è deceduto in un campo di lavoro dopo essere stato arrestato nel 2008 per aver esercitato la libertà d’espressione.

Alcuni prigionieri sono riusciti a sopravvivere alle torture, fra essi il testimone di Geova Mansur Masharipov, torturato dalla polizia nella città settentrionale di Dashoguz.

Il 18 gennaio 2013, la polizia ha aperto un’inchiesta contro i membri del gruppo di Saparov. Yaylanov e Saparov sono stati fra i 21 indagati ad essere messi in stato di fermo. Il 22 ottobre 2013, alla conclusione del processo, il giudice ha condannato 20 degli appartenenti al gruppo al carcere duro.  Agli imputati, secondo il codice penale nazionale, sono state riconosciute le accuse di “Cospirazione per l’ottenimento del potere” (art. 174, parte 1), “Tentativi di sovvertire l’ordine costituzionale” (art. 175, parte 2), “Incitamento all’odio sociale, etnico e religioso” (art. 177, parte 3), “Associazione a delinquere” (art. 275, parte 1 e 2), “Furto ed estorsione di armi, materiale militare, sostanze e dispositivi esplodenti” (art. 291). Saparov è stato condannato a 15 anni di detenzione, le sentenze degli altri condannati restano tuttora ignote.

Dal momento che i processi venivano condotti in segreto, i familiari dei condannati non ricevevano informazioni sulle accuse e le condanne degli imputati. Neanche agli avvocati era permesso difenderli. “I familiari – afferma Alternative Turkmenistan News – non sanno neppure se i loro figli sono vivi, né tantomeno dove sono tenuti prigionieri. Quando i loro cari cercando di visitare i campi di prigionia, gli viene detto che i loro figli non sono lì o che sono stati spostati in un altro campo”.

In una sessione del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani tenutasi il 25 ottobre 2016, il governo del Turkmenistan aveva dichiarato che “dal 2015 al 2016, il ministero degli Interni non ha ricevuto nessuna segnalazione di detenuti sottoposti a ‘trattamenti duri’ da parte dei funzionari”. Tempo prima, nel rapporto presentato al Consiglio delle Nazioni Unite contro le torture il 16 luglio 2015, il governo turkmeno aveva dichiarato che “non è stato registrato nessun caso di decesso dovuto a torture nelle  prigioni del Paese. Il dipartimento degli Affari Interni per la correzione penale controlla tutti i casi di decesso che avvengono presso ogni centro di detenzione”.

Come tutti i membri delle comunità religiose in Turkmenistan, i musulmani affrontano severe repressioni da parte del governo nel loro diritto di libertà d’espressione, religione e pensiero. Di conseguenza anche il muftiato sunnita (Amministrazione spirituale musulmana) è sotto stretto controllo da parte delle autorità governative.

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