18/09/2017, 14.29
ONU - IRAQ
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Onu e Iran contro il referendum sul Kurdistan. Israele lo sostiene

Il segretario generale delle Nazioni Unite contro il voto, indebolisce il fronte anti-Isis. Teheran pronta a chiudere la frontiera in caso di annuncio di indipendenza. Oltre la retorica, la lotta di Barzani per mantenere il potere. Il sostegno dello Stato ebraico a Erbil un messaggio a Stati Uniti e Turchia. 

 

Erbil (AsiaNews) - Si rafforza il fronte internazionale contrario al referendum indetto dai vertici del Kurdistan irakeno per l’indipendenza da Baghdad, in programma il prossimo 25 settembre. Dopo Europa, Stati Uniti e Turchia, anche Iran e Nazioni Unite esprimono pesanti critiche e perplessità di fronte all’ipotesi di una secessione. Fra le poche voci fuori dal coro quella di Israele, il solo Stato della regione mediorientale favorevole - per questioni economiche, politiche e strategiche - alla nascita di una entità autonoma curda. 

Ieri il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha criticato la leadership curda per il sostegno al voto pro-indipendenza, perché esso distrae l’attenzione dall’impegno comune di Erbil e Baghdad alla lotta contro lo Stato islamico (SI, ex Isis). “Il segretario generale - si legge in una nota del portavoce Stephane Dujarric - rispetta la sovranità, l’integrità territoriale e l’unità dell’Iraq” e invita al “dialogo” e al “compromesso” per la risoluzione delle questioni irrisolte. 

Sempre ieri si registra il durissimo intervento dell’Iran, che si dice pronto a chiudere la frontiera con la regione autonoma del Kurdistan irakeno e di interrompere tutti gli accordi di cooperazione e sicurezza finora sottoscritti se verrà proclamata l’indipendenza. Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana, ricorda che “gli accordi sulle frontiere hanno valore solo con il governo centrale dell’Iraq”. 

Nel recente passato la collaborazione militare ed economica fra Teheran ed Erbil, che si è articolata anche nel sostegno logistico della Repubblica islamica ai Peshmerga curdi nella lotta all’Isis, si è rivelata essenziale nel respingere sul campo la minaccia jihadista. “La secessione della regione curda dell’Iraq - ha concluso Shamkhani - sancirà la fine degli accordi di sicurezza e militari fra l’Iran [stretto alleato di Baghdad] e la regione del Kurdistan”. 

Se le principali cancellerie regionali e internazionali confermano l’opposizione serrata al referendum, per molti analisti ed esperti la decisione curda - e del suo presidente - di andare al voto è solo un’arma “politica” per “mettere pressione” a Baghdad. Massud Barzani starebbe infatti usando il referendum come leva, o mezzo di pressione, per regolare le annose dispute che vedono opposte Erbil e Baghdad, fra cui il controllo di Kirkuk e lo sfruttamento degli enormi giacimenti petroliferi del sottosuolo. 

Inoltre, la spinta referendaria potrebbe essere la mossa utilizzata dallo stesso Barzani per mantenere il potere, a due anni dalla scadenza del mandato presidenziale. In realtà, il dato davvero interessante non sarà la percentuale vittoriosa dei “sì”, quanto piuttosto la partecipazione al referendum. E se non supererà almeno il 70%, il voto si può considerare un fallimento anche perché una parte del fronte politico curdo - opposto a Barzani - è contrario alla consultazione popolare. 

Nel panorama internazionale, l’unica voce fuori dal coro è quella di Israele che non nasconde il proprio sostegno alle mire indipendentiste dei curdi. Dalle “alleanze periferiche” promosse a suo tempo dall’allora premier Ben Gourion, che spingeva a stringere legami con gli Stati non arabi della regione, allo sviluppo della politica della “alleanza fra minoranze” - leggi curdi e drusi - sono molte le ragioni che spiegano questa vicinanza. 

A livello diplomatico, una entità sunnita ma non araba potrebbe essere un “ponte” usato da Israele per interagire con gli altri governi della regione, alcuni dei quali apertamente ostili. A questo si aggiunge il carattere economico dell’alleanza: dal Kurdistan proviene infatti circa il 75% del petrolio importato da Israele, cui si aggiungono gli investimenti nel campo militare, delle comunicazioni, delle infrastrutture e dell’energia. 

Infine, vi è il doppio messaggio inviato da Israele a Stati Uniti e Turchia: ai primi, per ribadire l’alleanza con i curdi in chiave anti-iraniana; ai secondi, come risposta al sostegno dato da Ankara ad Hamas, a sottolineare che il recente riavvicinamento resta pur sempre fragile e tempestoso. (DS)

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