14/07/2010, 00.00
ASIA
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P. Georges Colomb, Mep : Annunciare Cristo in Asia per preparare il mondo di domani

di Georges Colomb*
L’urgenza dell’annuncio esplicito di Gesù Cristo, che non si può barattare con la condivisione di “valori”; le nuove vie della missione in Paesi difficili; la necessità di missionari a vita; lo stupore per i molti giovani affascinati dalla vocazione missionaria. Per AsiaNews le prime riflessioni di p. Colomb, nuovo superiore generale delle Missions Etrangères de Paris.
Parigi (AsiaNews) – “Il mondo di domani sarà influenzato con forza dall’Asia e nel concerto delle nazioni, è evidente che grandi Paesi come la Cina e l’India giocheranno un ruolo maggiore per l’instaurarsi di un nuovo ordine internazionale. Come potrebbe la nostra Chiesa dimenticare questa sfida?”.
 
All’indomani della sua elezione a superiore generale della società delle Missions Etrangères de Paris (Mep), confida ad AsiaNews le prospettive del suo impegno personale e quelle del suo istituto,
risvegliando tutta la Chiesa all’impegno nella missione ad gentes, un compito che non si riduce alla missione generica di tutti i cristiani, ma che abbisogna di persone dedicate in modo completo all’annuncio esplicito di Gesù Cristo fra i popoli dell’Asia.
 
P. Colomb spiega che l’urgenza della missione è intralciata all’interno dal raffreddamento della passione a testimoniare la fede oltre i propri confini geografici, ma anche dalle difficoltà e chiusure da parte dei Paesi destinatari. “Numerosi Paesi in Asia sono chiusi ai missionari per ragioni politiche o per questioni di fanatismo o d’intolleranza religiosa. Non possiamo attendere che ci sia donato il permesso di entrare, la missione è urgente!”.
 
È prevedibile che la fantasia della carità porterà a studiare nuovi modi di presenza missionaria proprio nei luoghi difficili. Del resto, p. Colomb è un testimone di questi nuovi stili: egli ha lavorato diversi anni in Cina come “esperto straniero” insegnando nelle università cinesi lingua e cultura francesi, con una qualità riconosciuta anche dai senati accademici della Cina.
 
Nato il 15 giugno 1953 a  Saint-Anthème (diocesi di Clermont), p. George Colomb si è laureato in diritto e per cinque anni ha lavorato come ispettore delle Poste e telecomunicazioni a Lione e a Nanterre. A 29 anni egli è entrato nel seminario dei carmelitani, prendendo la licenza in teologia all’Institut catholique di Parigi. Ma la sua ordinazione avviene entrando fra i missionari del Mep, nel 1987. Nelle note che riportiamo sotto, egli sottolinea che “il missionario è un contemplativo in azione”.
 
Dopo la sua esperienza a Taiwan e in Cina,  nel ’98 viene richiamato a Parigi, dove diviene assistente del Superiore generale. Nel 2004 viene confermato vicario generale e lo scorso 9 luglio è stato eletto superiore generale dei Mep.
 
In un’intervista a Eglises d’Asie, subito dopo la sua elezione, egli sottolinea l’importanza delle esperienze di volontariato in Asia da parte dei giovani, come occasione di scoprire altri mondi e di confrontarsi con la vocazione missionaria. “Oltre alla scoperta dell’Asia – spiega p. Colomb – egli [il volontario] è portato a vivere un’esperienza spirituale forte, a contatto con realtà umane ed ecclesiali totalmente nuove per lui… I giovani che partono per l’Asia e nell’oceano Indiano con i Mep scoprono le sfide della missione oggi: il dialogo – o l’assenza di dialogo – con le grandi tradizioni religiose; in alcuni Paesi, l’annuncio del Vangelo in regimi politici totalitari o autoritari; la sfida della povertà, che non è specifica dell’Asia ma il risultato del disordine economico mondiale”.
 
Nel corso degli ultimi anni, 28 giovani che hanno fatto esperienza di volontariato sono entrati nel seminario dei Mep e 35 sono entrati nei seminari diocesani francesi. Molte ragazze hanno scelto di entrare in istituti di vita attiva o in monasteri contemplativi.
 
Ecco quanto p. Colomb ha detto ad AsiaNews sulle sfide della missione oggi:
 
La missione è annunciare Gesù Cristo. La Chiesa è fatta per la missione. Il missionario è un contemplativo in azione (v. Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, cap. 8, n.49). Questo postulato ci indica un cammino, una famiglia e i mezzi della missione. La missione è annunciare Gesù Cristo, affermarlo, proclamarlo, chiamarlo con forza. Non possiamo accontentarci di essere presenti nel grande mercato delle religioni (solo) proponendo dei valori, una cultura, una sapienza paragonabile a quella degli altri. Noi crediamo e vogliamo condividere questa fede: “Gesù Cristo è il salvatore degli uomini ed è l’unica via di salvezza”. Sappiamo che credenti di altre fedi non condividono questa nostra fede e li rispettiamo, ma non possiamo nascondere ciò che noi affermiamo come la verità. La verità per noi è il Cristo!
 
Affermato ciò, noi crediamo al dialogo con i rappresentanti delle grandi tradizioni religiose e spirituali: dialogo accademico, della vita quotidiana, della collaborazione nei campi caritativo e sociale.
Il papa Benedetto XVI, nell’enciclica “Deus caritas est” scrive che il volontariato è una scuola di vita. Il Santo Padre parla di coloro che si impegnano generosamente nelle missioni umanitarie nel seno della nostra Chiesa e al di fuori di essa, ne gioisce e si congratula. Il loro impegno costruisce una cultura della vita, che il papa oppone a una cultura di morte (droga…).
Anche nel campo accademico hanno luogo numerosi scambi e numerosi incontri. Questi colloqui sono molto importanti e utili.
Le religoni hanno un posto importante nella vita sociale dei nostri contemporanei; esse sono fattore di pace e di armonia sociale se non sono sviate dal loro scopo, che è quello di legare l’uomo a Dio. L’uomo non si nutre solo di pane e sappiamo bene che tutte le civiltà sono mortali. La domanda di senso nell’uomo e la sua sete spirituale è di sempre e per tutti i Paesi. Il cristianesimo ha plasmato l’Europa, come il buddismo ha segnato il continente asiatico. Negare questa evidenza sarebbe un non senso e un anacronismo che una sana concezione della laicità non può giustificare.
 
Se la missione è annunciare Gesù Cristo, noi siamo tutti missionari: è un’affermazione che intendiamo spesso. Allo stesso modo potremmo dire che siamo tutti contemplativi perché tutti preghiamo e diciamo le orazioni!.
Vi sono istituti missionari specializzati nella formazione e nell’invio in missione de missionari perché la vocazione missionaria è una vocazione specifica, come lo è la vocazione monastica. Quali sono le caratteristiche di questa vocazione missionaria? Abbiamo l’abitudine di riassumerle dicendo che la vocazione missionaria si basa su tre pilastri:
- ad vitam
- ad gentes
- ad extra
 
Ad vitam: I  missionari partono in missione per tutta la vita, essi donano la loro vita al Signore e accettano al Suo seguito, di vivere in quella itineranza che p stata quella di Gesù, che non aveva nemmeno una pietra dove poggiare il capo. Questa itineranza, questo spirito di avventura missionaria non sono solo [qualità] dei fondatori delle Missoni estere del XVII secolo: mons. François Pallu, mons. Pierre Lambert de la Motte, mons. Ignace Cotolendi, mrto in India sul cammino della sua missione.
 
Nel XXI secolo siamo chiamati a vivere questa itineranza, questa incertezza del domani. Numerosi Paesi in Asia sono chiusi ai missionari per ragioni politiche o per ragioni di fanatismo o d’intolleranza religiosa. Non possiamo attendere che ci sia donato il permesso di entrare, la missione è urgente!
 
Ad Gentes: Il vasto continente asiatico conta più di 4 miliardi di abitanti e la nostra Chiesa raccoglie il 2 o il 3% di queste folle asiatiche. Eccetto che nelle Filippine e a Timor Est, che sono Paesi cattolici, in tutti gli altri la nostra Chiesa è minoritaria. Essa lo è ancora di più perché non è presente nel mondo dei media e della cultura; l’architettura, la musica, la letteratura, le tradizioni e i costumi dell’Asia sono stranieri al cristianesimo, ciò che non avviene in Europa. Il mondo di domani sarà influenzato con forza dall’Asia e nel concerto delle nazioni, è evidente che grandi Paesi come la Cina e l’India giocheranno un ruolo maggiore per l’instaurarsi di un nuovo ordine internazionale. Come potrebbe la nostra Chiesa dimenticare questa sfida?
 
Ad extra: Il missionario che lascia il suo Paese non deve esportare la Francia, il Portogallo o un atro Paese dell’Europa. Egli deve sforzarsi di studiare la lingua e le tradizioni dei Paesi dell’Asia (v. le Istruzioni di papa Alessandro VII ai fondatori delle Missioni estere di Parigi). Il missionario sposa il Paese di cui apprende la lingua. Durante la sua vita egli sarà associato alle gioie e ai dolori di quel Paese, dei suoi abitanti e per annunciare il Cristo, per fondare la Chiesa, per mettersi al servizio della Chiesa locale già esistente, deve fare lo sforzo, con umiltà e gioia, di rendersi prossimo al popolo a cui è inviato. Il missionario non firma un contratto a tempo determinato, non è un espatriato o un turista: egli fa parte di un corpo, questo corpo è la Chiesa che non ha altra frontiera che l’audacia dei suoi apostoli, posti sotto il soffio dello Spirito Santo, il protagonista della missione.
 
In quest’Anno sacerdotale appena concluso, come non rallegrarsi del fatto che giovani del nostro Paese e nel nostro continente europeo scoprono la vocazione di servire la Chiesa e gli uomini vivendo la loro vocazione di sacerdoti e missionari, lontano dai luoghi abituali, accettando questa vulnerabilità che caratterizza il missionario straniero per tutta la vita. Come non rallegrarsi constatando che numerosi giovani cattolici partono per un servizio di volontariato in Asia con la nostra Chiesa e diversi di loro, a servizio dei loro fratelli, al servizio della Chiesa, trovano un senso alla loro vita e scoprono che il segreto della felicità sta nel donare se stesso! Tu ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è senza riposo finché non dimora in Te!.
 
 
* Superiore Generale, Missions Etrangères de Paris
 
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