07/03/2020, 08.00
AFGHANISTAN
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P. Moretti: l’accordo fra Usa e talebani primo ‘fragile’ passo, non vera pace

A dispetto della firma, nel Paese non si fermano gli attacchi. Ieri una esplosione a una cerimonia pubblica, presente il capo del governo. Per il sacerdote il patto siglato da Usa e talebani non è risolutivo perché “esclude il governo”. Serve maggiore rappresentatività di tutti i gruppi. Il timore di un ritorno alla sharia nelle aree urbane. 

Roma (AsiaNews) - L’accordo siglato a Doha da talebani afghani e Stati Uniti “è un primo passo verso la pace, non si discute” ma sul terreno resta una situazione di “grande fragilità” come emerge dagli attentati che si sono verificati in questi giorni. È quanto racconta ad AsiaNews p. Giuseppe Moretti, cappellano all’ambasciata italiana e responsabile della missio sui iuris dell’Afghanistan fino al 2015, che non si mostra sorpreso “dai ripetuti attacchi” dei gruppi estremisti “in diverse parti del Paese” dopo la firma. Un accordo monco, spiega, perché “ha estromesso il governo di Kabul”. 

Ieri mattina si è registrato un attentato durante una cerimonia pubblica in cui erano presenti diversi esponenti politici, fra i quali il capo del governo Abdullah Abdullah. L’esplosione, provocata da un razzo, ha investito la folla radunata per commemorare la memoria di Abdul Ali Mazari, politico hazara ucciso nel 1995 dai talebani. Già nei giorni precedenti si erano registrati attacchi, con almeno 20 morti tra soldati e agenti di polizia, a conferma dell’instabilità della situazione e della fragilità dell’accordo che non ha certo messo fine alle violenze. 

La prima domanda da farsi, sottolinea p. Moretti, è “se l’Afghanistan sia una colonia americana o una nazione indipendente”, perché “hanno estromesso l’esecutivo” dai dialoghi di Doha. Gli statunitensi “volevano fare da soli, mentre i talebani non riconoscono questo governo”. Il sacerdote parla di “pace” avvenuta fra guerriglieri, di un accordo fra due fronti - la Nato e i talebani - in guerra dopo l’attacco alle Torri Gemelle del settembre 2001. Anche il cosiddetto capo-politico e co-fondatore dei talebani Abdul Ghani Baradar, che ha firmato il patto, “rappresenta tutti i gruppi o solo il maggioritario?”. E dunque evidente “la fragilità di questa pace”. 

Un accordo stabile e duraturo, avverte p. Moretti, deve comprendere “anche il governo costituzionale riconosciuto a livello internazionale” ed è necessaria “una maggiore rappresentatività di tutti i gruppi, quando ancora oggi vi sono molte divisioni”. Questa “non è la pace degli afghani”, perché “sono stati esclusi coloro i quali hanno affiancato in tutti questi anni l’Occidente” e poi “sono stati esclusi dai negoziati”. Inoltre, “non è nemmeno la pace del popolo, in special modo degli abitanti delle aree urbane che avevano iniziato a respirare un minimo di libertà e democrazia”.

Il religioso barnabita, per quasi trent’anni in missione in Afghanistan, sottolinea i molti nodi irrisolti per poter davvero raggiungere una pacificazione stabile, sul piano nazionale. Da Doha esce “un emirato islamico dell’Afghanistan” che rappresenta “un dono degli americani ai talebani per poter tornare al governo”, cancellando quanto fatto sinora “in termini di diritti” e avallando “la reintroduzione della sharia, la legge islamica”.  

Nelle grandi città la popolazione non vuol tornare indietro “dopo aver assaporato parte di libertà”, mentre nei villaggi la fine dei bombardamenti è già un traguardo. I talebani, sottolinea p. Moretti, hanno promesso che non taglieranno alcuni diritti, come la liberà scelta in merito all’indossare il velo, ma “manterranno davvero fede agli impegni e rispetteranno i patti? Difficile dirlo”. 

Inoltre, nel trattato di Doha vi sono clausole segrete ed è facile ipotizzare che siano a vantaggio dei talebani, mentre il governo è “rimasto fuori dalle trattative. Il 10 marzo è previsto un incontro fra governo e talebani - aggiunge - e già è divampata una polemica sul numero dei prigionieri da liberare” con Kabul che dice “è affar nostro e invita gli americani a non interferire. Ecco perché dico di aspettare e solo da un accordo fra governo e talebani potrà nascere una vera pace”.

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