05/10/2018, 10.29
IRAQ
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P. Samir: Nadia Murad, un Nobel al coraggio di una ‘memoria vivente’ dei massacri Isis

Il comitato di Oslo ha assegnato il Nobel per la pace a Denis Mukwege e Nadia Murad. La giovane yazida ha subito ripetuti stupri dai miliziani. Dopo la fuga ha saputo trovare il coraggio di denunciare la follia jihadista. Sacerdote caldeo: “Centinaia come lei, servono programmi mirati per il recupero”. 

Erbil (AsiaNews) - Un riconoscimento al coraggio di “un simbolo e una memoria vivente” delle violenze e dei massacri subiti da un’intera popolazione. E l’invito a “prendersi cura delle molte vittime che ancora attendono di affrontare i traumi per gli abusi subiti”. Così p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), commenta ad AsiaNews l’assegnazione del premio Nobel per la pace 2018 a Nadia Murad, una ragazza yazida vittima di violenze e stupri per mano dello Stato islamico (SI, ex Isis). Il sacerdote caldeo ha curato in questi anni migliaia di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno lasciato le loro case nel 2014 per sfuggire ai miliziani del “Califfato”. E ha visto con i propri occhi le devastazioni patite dalle vittime, spesso giovani donne - anche minorenni - trattate come vere e proprie schiave sessuali dai jihadisti.

Questa mattina il Norwegian Nobel Institute di Oslo ha assegnato il premio Nobel per la pace al medico e attivista congolese Denis Mukwege e all’attivista yazida Nadia Murad. Come si legge nelle motivazioni che hanno portato all’assegnazione del riconoscimento, il comitato ha voluto premiare “l’impegno contro lo stupro come arma di guerra”. La violenza sessuale, infatti, è ormai riconosciuto a tutti gli effetti come arma usata dai soldati e spesso è associato a massacri o genocidi di intere popolazioni, come è avvenuto in Iraq ai danni della minoranza yazidi.

Nadia Murad, oggi 25 anni, nell’agosto del 2014 è stata sequestrata dal suo villaggio natale di Kocho, vicino a Sinjar, e trasferita a Mosul, a lungo capitale e roccaforte dell’Isis in Iraq. Durante l’assedio dei Jihadisti al monte Sinjar la giovane ha perduto sei fratelli e la madre. Nella capitale del “Califfato” ha subito ripetuti stupri e torture, assieme a migliaia di altre giovani donne, alcune delle quali minorenni.

Durante la prigionia è stata picchiata, bruciata con mozziconi di sigarette, stuprata a più riprese. Riuscita a fuggire approfittando di una distrazione dei suoi aguzzini, si è rifugiata presso una famiglia della zona e che l’ha aiutata a raggiungere un campo profughi a Dohuk, nel Kurdistan irakeno.

Nel settembre 2016 è diventata la prima prima Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani; un mese più tardi è stata insignita del premio Sakharov - la massima onorificenza dell’Unione europea (Ue) in tema di diritti umani - per il proprio impegno a favore delle vittime.

Il popolo yazidi, una minoranza etnico-religiosa nel Paese arabo, è fra quelli che hanno subito in maggior misura i crimini delle milizie estremiste sunnite di Daesh [acronimo arabo per lo SI], equiparabili secondo alcuni attivisti a un vero e proprio “genocidio”. Nadia Murad Basee (assieme a Lamiya Aji Bashar) ha avuto il coraggio e la forza di raccontare al mondo l’orrore subito, insieme a migliaia di altre donne, anche minorenni, sotto il gioco jihadista.

“Questo premio, per il quale era stato candidato anche il patriarca Sako, è bello e ci rende felici e orgogliosi” racconta p. Samir. Questa assegnazione, prosegue il sacerdote, è “un segnale di incoraggiamento, un inno alla vita e alla speranza dopo il dramma patito sotto Daesh”. Non solo per gli yazidi, ma per “tutte le minoranze, anche quella cristiana, che hanno dovuto subire la guerra, il terrorismo, gli stupri” come armi di guerra. Nadia Murad, afferma, “insegna a tutti noi che la vita prosegue più forte delle esperienze negative, che va avanti nonostante il male e che deve essere unita a un perdono che è fonte di riconciliazione”. La sua forza e il suo coraggio “sono un segnale dell’amore di Dio”. 

Per p. Samir il Nobel per la pace a Nadia Murad è un invito a “conoscere le storie di sofferenze e persecuzione” che si sono ripetute in questi anni in Iraq. E un invito a raccontare. “Io stesso - sottolinea - conosco molte giovani donne che hanno subito le stesse violenze e non hanno mai trovato la forza di parlarne. Versavamo solo lacrime silenziose e piene di vergogna. La speranza - conclude p. Samir - è che il mondo presti maggiore attenzione al loro dramma, alle loro sofferenze, e si adoperi perché possano ricevere un aiuto adeguato e percorsi mirati che le aiutino a superare il trauma. Ancora oggi in Iraq ci sono centinaia di Nadia Murad”. 

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