14/12/2015, 00.00
SIRIA
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P. Youssef: Rimanere in Siria sotto le bombe, “la prova della fede”

Il monaco fa parte della comunità di Deir Mar Musa, fondata da p. Dall’Oglio. Ha vissuto sulla sua pelle la guerra civile siriana e “cosa vuole dire davvero avere fede o no. Discutevamo ogni giorno tra monaci se rimanere in Siria. Siamo rimasti in solidarietà con i nostri amici cristiani e musulmani, ma non per fare i martiri ad ogni costo”. I religiosi hanno accolto 50 famiglie musulmane in fuga dalla guerra e riparato 63 case di cristiani, distrutte dai bombardamenti a Nebek.

Roma (AsiaNews) – Rimanere in Siria nonostante la guerra e i bombardamenti “è stata per me la prova della fede. Sapevo cosa volesse dire in teoria, ma non l’avevo mai provato sulla mia pelle. Ho vissuto davvero cosa vuol dire avere fede o no, credere o no. Sempre si ripresentava il dubbio, davanti alla sofferenza della gente, degli amici, davanti alla distruzione delle città”. Con queste parole, p. Jihad Youssef, monaco della comunità di Deir Mar Musa, racconta la sua decisione di non lasciare la sua terra intervenendo a Roma ad un incontro organizzato dall’Associazione Amici di Deir Mar Musa, in collaborazione con il Centro Astalli e la Fondazione Magis.

P. Youssef è membro della comunità fondata nel 1991 da p. Paolo Dall’Oglio in Siria, che ora ha quattro monasteri. La prima fondazione, dove fino a settembre ha abitato p. Jihad, è quella di Deir Mar Musa, che sorge nel deserto a 80 chilometri da Damasco. Nel monastero ci sono tre monaci e quattro monache, che basano la propria vocazione su preghiera, lavoro manuale ed ospitalità, per costruire l’armonia islamo-cristiana.

Il monaco siro-cattolico racconta delle fasi più drammatiche del conflitto siriano, che lo hanno toccato da vicino: “Nel 2013 c’è stato l’assedio di Nebek, la città più vicina al monastero di Deir Mar Musa, a circa 17 chilometri di distanza. Noi e i nostri amici della città abbiamo passato 25 giorni che sono stati più lunghi di 25 anni, rinchiusi nei sotterranei. Le nostre città, in realtà, non sono costruite per affrontare la guerra: non abbiamo dei veri sotterranei anti-bombe. La Provvidenza ci ha lasciato l’uso del telefono nel monastero, così che potevamo ogni tanto sentire i nostri amici a Nebek”.

“Quando la battaglia è finita – prosegue p. Jihad – siamo scesi in città e abbiamo visto la distruzione, soprattutto del quartiere cristiano (uno dei più alti di Nebek, severamente bombardato). Abbiamo pensato: ‘Se non ripariamo le case dei nostri parrocchiani, essi se ne andranno’. Grazie a Dio, con l’aiuto di tre organizzazioni cattoliche europee, abbiamo fatto un progetto. Ci hanno dato subito risposta positiva e, nel giro di quattro-cinque mesi, siamo riusciti a restaurare 63 case nel quartiere cristiano e anche qualche edificio nel quartiere musulmano”.

Padre Youssef racconta che non è stato facile decidere di rimanere in Siria, dopo aver visto tanta distruzione: “In quel periodo rimanere a Mar Musa era oggetto di dibattito quotidiano tra monaci e monache: rimanere, non rimanere, cosa stiamo a fare qui, ci vengono ad uccidere, a derubare…. Noi siamo rimasti, abbiamo scelto di rimanere per un semplice motivo: perché abbiamo fatto discernimento quotidiano e in questo discernimento non vi dico che Dio ci ha detto di rimanere, ma non ci ha detto di andare. Siamo rimasti in solidarietà con i nostri amici di Nebek, cristiani e musulmani, e la nostra presenza li è stata accolta dai loro occhi come un segno di speranza, di autenticità del messaggio di pace e fraternità che abbiamo predicato per 20 anni”.

La prova della fede “è stata la sfida più difficile che abbiamo passato in comunità: più delle bombe. Perché tutta la nostra fede in un Dio che soccorre i suoi era finita nel nulla. Sembrava che Dio non ci ascoltasse, non riuscivamo a capire la sua volontà. C’era sempre nella mia mente un interlocutore immaginario che mi diceva: Ecco, voi cristiani non siete buoni a fare nulla, non siete capaci di prendere una vera posizione che dia frutti immediati. Vi rifugiate in un Dio che avete inventato voi, alla Feuerbach. Tuttavia, noi abbiamo scelto ogni giorno di credere, di confermare le promesse del nostro battesimo. Abbiamo detto: Signore, noi crediamo, rafforza la nostra fede. Il segno concreto della presenza di Dio nella nostra vita era un sentimento comune: che non eravamo soli. Le vostre preghiere e quelle degli amici arrivavano, sia di cristiani che di musulmani”.

“In alcuni momenti di angoscia – confessa p. Youssef – ho capito con quali sentimenti una persona lascia tutto e se ne va, prendendo la via del mare, affrontando una morte quasi certa. Noi diciamo sempre: i cristiani devono rimanere in Medioriente, aggrappati alle loro radici. Questo è giusto, ma in quei momenti ho capito che la paura ti fa arrivare fino a lì, fino a sradicarti”. “Chi rimane in Siria – sottolinea il monaco – deve avere una missione e deve capirla. Deve essere convinto, non condannato a rimanere. Tanti sono condannati a restare o perché troppo poveri o perché non vogliono rischiare la morte in mare. Chi rimane deve avere una missione perché il battezzato è una missione”.

La missione della comunità di Deir Mar Musa è da sempre quella di un dialogo di amicizia con i musulmani. Vogliamo essere “una presenza per il mondo islamico – afferma p. Jihad –; non a fianco, non di fronte, ma per i musulmani. Amare i musulmani, avere la curiosità positiva di conoscerli, capire cosa credono, ciò che fanno, come ha detto san Francesco nella regola non bollata: ‘andate fra i Saraceni’. Confessando umilmente di essere cristiani, non facendo proselitismo ma aspettando che lo Spirito Santo suggerisca e prepari terreno”.

In questi anni, in collaborazione con il Jrc (Jesuit Refugee Center) e con la Caritas, i monaci di Deir Mar Musa hanno “fatto lavoro umanitario per tutti, cristiani e musulmani, nella zona del monastero di Mar Elian, dove padre Jacques Mourad era monaco da solo. Lì abbiamo ricevuto per tre mesi 50 famiglie musulmane con donne, bambini e vecchi, perché non avevano nulla. Quando sono arrivati avevano perso molti cari e avevano solo i vestiti addosso. Sono stati accolti nel monastero dove i bambini giocavano e andavano a scuola. Questo lavoro è indispensabile ma anche questo non basta. Però questo lavoro ha dato frutto perché posso dire che i cristiani e i musulmani della città, quando parlano del nostro monastero e della nostra comunità, dicono ‘i nostri monaci, il nostro monastero’”.

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