08/03/2011, 00.00
INDIA

Pandita Ramabai, bramina cristiana: un’eroina nella liberazione delle donne indiane

di Nirmala Carvalho
Nata nella seconda metà dell’800 da una famiglia indù di alto rango, diventa una pioniera dei diritti delle donne nel suo Paese. Si converte al cristianesimo, perché scopre in Gesù il suo “principale liberatore”.

Mumbai (AsiaNews) – Pandita Rababaj è una pioniera nel movimento di liberazione della donna in India. Il suo immenso contributo all’istruzione e all’emancipazione delle donne è dovuto largamente alla sua fede in Gesù, il suo “principale liberatore”, per usare le parole di Pandita. Essa rappresenta un’icona del valore del genio femminile, ispirato dalla testimonianza cristiana. Pandita Ramabaj, nata nel 1858 in una società estremamente conservatrice, è una ribelle contro il sistema oppressivo indù; è una donna con una visione, e la sua crescita spirituale è tale da farne un’antesignana dei diritti delle donne.

Nasce il 23 aprile 1858 in Karnataka. E’ la figlia di un ricco studioso di sanscrito, un bramino. Il padre è indù devoto e ortodosso; ma non teme di scandalizzare i suoi amici di casta insegnando a sua moglie prima, e poi alle sue figlie, a leggere i classici in sanscrito. All’età di 16 anni Pandita viaggia attraverso l’India, visita i santuari indù e attrae udienze sbalordite recitando poesia in sanscrito. Grazie alla sua conoscenza della lingua sacra dell’induismo acquista fama e riconoscimenti; le viene attribuito il titolo onorifico di “Pandita”, maestra di saggezza.

Si sposa a 22 anni. Suo marito muore di colera dopo solo 16 mesi di matrimonio, lasciandola sola con una figlia piccola, Manorama. I suoi viaggi attraverso l’India e la sua situazione la rendono ancora più sensibile alla triste condizione delle vedove e degli orfani. E’ una delle prime donne a ribellarsi alla condizione inumana a cui sono soggette le vedove nel Paese. Nel 1887 scrive “Le donne indiane di alta casta”, in cui mette in luce il deplorevole stato delle vedove indù. Decide di agire e crea centri per vedove e orfani a Poona prima e poi a Bombay, dove le donne ricevono un’istruzione di base, e una formazione al lavoro. Presto Ramabai diviene una figura di prima linea nella difesa delle donne indiane. Fra l’altro è la prima che introduce l’uso dell’alfabeto Braille per le ragazze cieche, e apre anche una scuola per non vedenti a Mukti.

Il suo lavoro la porta in contatto con i missionari cristiani. Nel 1883 accetta un invito da parte di una congregazione di suore anglicane per visitare l’Inghilterra. Ramabai da tempo sente di essere sempre più distante dalla sua formazione indù, sia da un punto di vista spirituale che sulla base della sua percezione della condizione delle donne in India. Mentre è in Inghilterra si applica a uno studio approfondito della Bibbia; e infine chiede di essere battezzata.

La congregazione di suore anglicane che l'ha invitata in Inghilterra si occupa della riabilitazione di “donne cadute”. E’ un’esperienza radicale per Pandita, dal momento che le “donne cadute” sono ostracizzate nella società indiana. Chiede alle suore perché aiutino donne del genere; le suore le rispondono leggendo il Vangelo di Giovanni, l’episodio dell’adultera, e di come Gesù la tratta. Pandita è così emozionata e colpita dalla testimonianza delle suore che si fa battezzare. E vede Gesù come il più grande liberatore delle donne. La notizia della sua conversione provoca una furiosa controversia in India. Ramabai stessa deve lottare contro la forte avversione che prova verso l’imperialismo culturale dei missionari stranieri nel Paese. E’ convinta che diventare cristiana non significhi rinnegare le sue radici culturali indiane. Il Vangelo rappresenta per lei la forma più pura delle sue intuizioni spirituali, e in particolare il convincimento crescente che servire donne e poveri non è solo lavoro sociale.

Torna in India e continua il suo lavoro caritativo; fra l’altro fonda un centro per madri nubili, un programma di aiuto per le vittime della carestia, e una serie di scuole per ragazze povere. Ora, ironicamente, sono i suoi correligionari cristiani che diventano i suoi critici aperti. L’accusa: dal momento che non fa nessuno sforzo per convertire le povere donne nei suoi centri, la sua conversione è solo superficiale. La mettono sotto pressione per verificare la sua ortodossia dottrinale. Ramabai rifiuta di farsi coinvolgere in discussioni teologiche o confessionali. “Sono, è vero, un membro della Chiesa di Cristo, ma non per questo accetto ogni parola che cade dalla labbra di un prete o di un vescovo…Mi sono liberata con grande sforzo dal giogo del clan sacerdotale indiano, e non voglio mettermi sotto un giogo analogo”.

Lo spirito cristiano riflesso nella Bibbia è sufficiente a soddisfare le sue esigenze religiose. Capisce che il cuore della vera religiosità è l’amore di Dio e amare il prossimo come se stessi. Vivere secondo questa regola è tutto ciò che permette che le venga chiesto. Pandita Ramabai traduce la Bibbia dal greco e dall’ebraico in marathi, e la pubblica in una stamperia fondata da lei stessa, a Pune, nel 1924. Secondo la sua visione, Gesù parla alle persone nel loro linguaggio locale; per questo desidera tradurre la Bibbia in una lingua che possa essere letta e capita. Nel 1919 il sovrano inglese la premia con il Kaiser-i-Hind, uno dei riconoscimenti più alti che un indiano possa ricevere durante il regime coloniale.  

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