14/02/2016, 18.46
MESSICO – VATICANO
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Papa: Ricchezza, vanità e orgoglio sono le tre tentazioni del cristiano di oggi

Il papa celebra la messa della prima domenica di Quaresima a Ecatepec, la “grande periferia” di Città del Messico. Davanti a centinaia di migliaia di persone, Francesco sottolinea l’importanza del tempo quaresimale come “momento prediletto” per ricacciare le tentazioni del demonio. 

Città del Messico (AsiaNews) – Ricchezza, vanità e orgoglio “sono le tre tentazioni con cui il cristiano si confronta quotidianamente. Ma nella Quaresima, tempo privilegiato per la conversione, ricordiamo di aver scelto Gesù e non il demonio. Sappiamo che non è facile, ma la Chiesa ci dona questo periodo e ci invita alla conversione con una sola certezza: Lui ci sta aspettando e vuole guarire il nostro cuore da tutto ciò che lo degrada, degradandosi o degradando”. Lo ha detto papa Francesco durante la messa a Ecatepec, periferia di Città del Messico.

Francesco arriva nella zona in papamobile, fra ali di folla enormi che lo acclamano al passaggio. Davanti all’altare c’è una spianata enorme, che sembra accogliere centinaia di migliaia di persone. Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi, ha sottolineato che il pontefice ha già incontrato circa un milione di persone durante i primi appuntamenti della sua visita apostolica in Messico.

Durante la sua omelia, il papa ricorda come lo scorso mercoledì “abbiamo iniziato il tempo liturgico della Quaresima, nel quale la Chiesa ci invita a prepararci per celebrare la grande festa della Pasqua. Tempo speciale per ricordare il dono del nostro Battesimo, quando siamo stati fatti figli di Dio. La Chiesa ci invita a ravvivare il dono che ci ha elargito per non lasciarlo nell’oblio come qualcosa di passato o in qualche ‘cassetto dei ricordi’. Questo tempo di Quaresima è un buon momento per recuperare la gioia e la speranza che ci dà il sentirci figli amati dal Padre. Questo Padre che ci aspetta per toglierci le vesti della stanchezza, dell’apatia, della sfiducia e rivestirci con la dignità che solo un vero padre e una vera madre sanno dare ai loro figli, i vestiti che nascono dalla tenerezza e dall’amore”.

Il nostro Padre, riprende Francesco, “è il Padre di una grande famiglia, è Padre nostro. Sa avere un amore unico, ma non sa generare e creare ‘figli unici’ fra di noi. È un Dio che sa di famiglia, di fraternità, di pane spezzato e condiviso. È il Dio del ‘Padre nostro’, non del ‘padre mio’ e ‘patrigno vostro’. In ognuno di noi si annida, vive quel sogno di Dio che in ogni Pasqua, in ogni Eucaristia ritorniamo a celebrare: siamo figli di Dio. Sogno che hanno vissuto tanti nostri fratelli nel corso della storia. Sogno testimoniato dal sangue di tanti martiri di ieri e di oggi”.

Quaresima, dice ancora, ovvero “tempo di conversione perché quotidianamente faccio esperienza nella nostra vita di come quel sogno si trova sempre minacciato dal padre della menzogna, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, colui che vuole dividerci, generando una società divisa e conflittuale. Una società di pochi e per pochi. Quante volte sperimentiamo nella nostra carne, o nella nostra famiglia, in quella dei nostri amici o vicini, il dolore che nasce dal non sentire riconosciuta quella dignità che tutti portiamo dentro. Quante volte abbiamo dovuto piangere e pentirci, perché ci siamo resi conto di non aver riconosciuto tale dignità negli altri. Quante volte – e lo dico con dolore – siamo ciechi e insensibili davanti al mancato riconoscimento della dignità propria e altrui”.

Quaresima, riprende, “tempo per regolare i sensi, aprire gli occhi di fronte a tante ingiustizie che attentano direttamente al sogno e al progetto di Dio. Tempo per smascherare quelle tre grandi forme di tentazione che rompono, dividono l’immagine che Dio ha voluto plasmare”.

Queste tre tentazioni, le tre tentazioni di Cristo, “sono tre tentazioni del cristiano che cercano di rovinare la verità alla quale siamo stati chiamati. Tre tentazioni che cercano di degradare e di degradarci. La ricchezza, impossessandoci di beni che sono stati dati per tutti, utilizzandoli solo per me o per ‘i miei’. È procurarsi il pane con il sudore altrui, o persino con la vita altrui. Quella ricchezza che è il pane che sa di dolore, di amarezza, di sofferenza. In una famiglia o in una società corrotta è il pane che si dà da mangiare ai propri figli”.

La seconda tentazione è la vanità: “Quella ricerca di prestigio basata sulla squalifica continua e costante di quelli che ‘non sono nessuno’. La ricerca esasperata di quei cinque minuti di fama che non perdona la ‘fama’ degli altri. ‘Facendo legna dell’albero caduto’, lascia spazio alla terza tentazione, la peggiore”. Ovvero l’orgoglio, “ossia il porsi su un piano di superiorità di qualunque tipo, sentendo che non si condivide la ‘vita dei comuni mortali’ e pregando tutti i giorni: ‘Grazie Signore perché non mi hai fatto come loro’”.

Tre tentazioni di Cristo: “Tre tentazioni con cui il cristiano si confronta quotidianamente. Tre tentazioni che cercano di degradare, di distruggere e di togliere la gioia e la freschezza del Vangelo. Che ci chiudono in un cerchio di distruzione e di peccato. Vale la pena, dunque, di domandarci: fino a che punto siamo consapevoli di queste tentazioni nella nostra persona, in noi stessi? Fino a che punto ci siamo abituati a uno stile di vita che pensa che nella ricchezza, nella vanità e nell’orgoglio stanno la fonte e la forza della vita? Fino a che punto crediamo che il prenderci cura dell’altro, il nostro preoccuparci e occuparci per il pane, il buon nome e la dignità degli altri sono fonti di gioia e di speranza?”.

Abbiamo scelto Gesù e non il demonio, sottolinea il pontefice: “Ricordiamo cosa abbiamo ascoltato nel Vangelo. Gesù non risponde al demonio con parole proprie, ma con le parole di Dio. Perché fratelli e sorelle, ricordiamo: con il demonio non si può dialogare! Solo con la Parola di Dio si può sconfiggere. Abbiamo scelto Gesù, e sappiamo che cosa significa. Vogliamo seguire le sue orme, ma sappiamo che non è facile. Sappiamo che cosa significa essere sedotti dal denaro, dalla fama e dal potere. Perciò la Chiesa ci dona questo tempo, ci invita alla conversione con una sola certezza: Lui ci sta aspettando e vuole guarire il nostro cuore da tutto ciò che lo degrada, degradandosi o degradando. È il Dio che ha un nome: misericordia. Il Suo nome è la nostra ricchezza, il Suo nome è la nostra fama, il Suo nome è il nostro potere; e nel Suo nome ancora una volta ripetiamo con il salmo: «Mio Dio in cui confido» (91/90,2). Possiamo ripeterlo insieme tre volte: ‘Mio Dio in cui confido’”.

Che in questa Eucaristia, conclude Francesco, lo Spirito Santo rinnovi in noi la certezza che il Suo nome è misericordia e ci faccia sperimentare ogni giorno che il Vangelo «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» sapendo che con Lui e in Lui «sempre nasce e rinasce la gioia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 1).

Dopo la conclusione della messa, il papa recita l’Angelus sempre a Ecatepec. Prima della preghiera mariana, dice: “Nella prima Lettura di questa domenica, Mosè fa al popolo una raccomandazione. Nel momento del raccolto, nel momento dell’abbondanza, nel momento delle primizie non dimenticarti delle tue origini, non dimenticare da dove sei venuto. L’azione di grazia nasce e cresce in una persona e in un popolo che sia capace di fare memoria. Ha le sue radici nel passato, che tra luci e ombre ha generato il presente. Nel momento in cui possiamo rendere grazie a Dio perché la terra ha dato il suo frutto e così possiamo produrre il pane, Mosè invita il suo popolo ad essere memore enumerando le situazioni difficili attraverso le quali è dovuto passare (cfr Dt 26,5-11)”.

In questo giorno di festa, aggiunge, “in questo giorno possiamo celebrare quanto buono è stato il Signore con noi. Rendiamo grazie per l’opportunità di essere riuniti nel presentare al Padre Buono le primizie dei nostri figli e nipoti, dei nostri sogni e progetti. Le primizie delle nostre culture, delle nostre lingue e tradizioni. Le primizie del nostro impegno…”.

E subito dopo: “Quanto ciascuno di voi ha dovuto passare per arrivare fino a qui! Quanto avete dovuto ‘camminare’ per fare di questo giorno una festa, un’azione di grazia! Quanto hanno camminato altri che non hanno potuto arrivare, ma grazie a loro noi abbiamo potuto andare avanti. Oggi, seguendo l’invito di Mosè, vogliamo come popolo fare memoria, vogliamo essere popolo della memoria viva del passaggio di Dio attraverso il suo Popolo, nel suo Popolo. Vogliamo guardare i nostri figli sapendo che erediteranno non solo una terra, una lingua, una cultura e una tradizione, bensì erediteranno il frutto vivo della fede che ricorda il passaggio sicuro di Dio per questa terra. La certezza della sua vicinanza e solidarietà. Una certezza che ci aiuta ad alzare il capo e attendere con desiderio vivo l’aurora”.

Con voi, sottolinea Francesco, “mi unisco anche a questa memoria riconoscente. A questo ricordo vivo del passaggio di Dio nella vostra vita. Guardando i vostri figli non posso non fare mie le parole che un giorno il beato Paolo VI rivolse al popolo messicano: «Un cristiano non può fare a meno di dimostrare la sua solidarietà per risolvere la situazione di coloro ai quali ancora non è arrivato il pane della cultura o l’opportunità di un lavoro onorevole […] non può restare insensibile mentre le nuove generazioni non trovano la via per realizzare le loro legittime aspirazioni». E prosegue il beato Paolo VI con un invito a «stare sempre in prima linea in tutti gli sforzi per migliorare la situazione di quelli che soffrono indigenza», a vedere «in ogni uomo un fratello e in ogni fratello Cristo»”.

Desidero, è l’invito, “invitarvi nuovamente oggi a stare in prima linea, ad essere intraprendenti in tutte le iniziative che possano aiutare a fare di questa benedetta terra messicana una terra di opportunità. Dove non ci sia bisogno di emigrare per sognare; dove non ci sia bisogno di essere sfruttato per lavorare; dove non ci sia bisogno di fare della disperazione e della povertà di molti l’opportunismo di pochi. Una terra che non debba piangere uomini e donne, giovani e bambini che finiscono distrutti nelle mani dei trafficanti della morte.”

Questa terra, conclude, “ha il sapore della Guadalupana, colei che sempre ci ha preceduto nell’amore; a lei diciamo: Vergine Santa, «aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 288)”.

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