12/12/2007, 00.00
VATICANO

Papa: San Paolino, esempio di “comunione” nella Chiesa e amore per i poveri

All’udienza generale Benedetto XVI illustra la figura del vescovo di Nola del IV secolo. Uomo politico e sposato, donò i suoi beni e creò una comunità monastica nella quale “i poveri erano a casa loro”.
Città del Vaticano (AsiaNews) – Uomo politico, sposato, poi monaco, presbitero e vescovo, San Paolino di Nola, il Padre della Chiesa la cui figura è stata illustrata oggi da Benedetto XVI nel discorso per l’udienza generale, è “immagine di un autentico pastore della carità”.
 
Nato nel 355 a Bordeaux, figlio di un funzionario imperiale, Paolino dopo studi brillanti si trasferisce in Campania, dove diviene governatore ed inizia una carriera politica. Come responsabile della cosa pubblica, si occupò della tomba del martire San Felice e fu colpito dalla fede intensa con la quale il popolo la onorava. E’ “l’incontro con Cristo, punto d’arrivo di un cammino laborioso”, al termine del quale si converte ed afferma che “l’uomo senza Cristo è polvere”.
 
Rientrato in patria, sposa Therasia, una pia nobildonna spagnola dalla quale ebbe un figlio. Avrebbe vissuto, ha osservato il Papa, “come un pio laico”, ma la morte dopo pochi giorni del figlio gli apparve come un segno che Dio voleva altro da lui. In accordo con la moglie, lasciarono i loro ingenti beni ai poveri e si recarono a Nola dove vissero “in casta comunità”. Prese ad impegnarsi nel ministero sacerdotale in favore dei pellegrini e dei poveri. Con la moglie fondò una comunità monastica. Nel 409 la comunità cristiana di Nola lo scelse come vescovo.
 
Affermava che il suo donare ai poveri non significava disprezzo per i beni terreni ma semmai una loro “utilizzazione più alta, per la carità”. A chi rimaneva ammirato dalla decisone di abbandonare i beni, rispondeva che tale gesto era “lontano dal rappresentare la piena conversone”: è “solo l’inizio della corsa nello stadio, non è il traguardo, ma solo la partenza”. Accanto all’ascesi e all’amore per la parola di Dio, “nella sua comunità monastica i poveri erano a casa loro: non si limitava a fare la carità, ma li accoglieva come fossero Cristo stesso, aveva riservato per loro un reparto del monastero”. Era scambio di doni, “chiamava i poveri suoi padroni e osservando che erano alloggiati al piano inferiore amava dire che la loro preghiera era fondamento della sua casa”.  E “così facendo gli sembrava di dare e non di ricevere, perché si sentiva arricchito nello scambio tra l'accoglienza prestata e la gratitudine orante dei pellegrini”.
 
Non scrisse trattati di teologia, ma poesie, “intrise della parola di Dio”. “Per me - scriveva - l’unica arte è la fede e Cristo la mia poesia”. Molti dei questi componimenti, chiamati sono dedicati al martire San Felice, convinto che la sua intercessione gli avesse concesso la grazia della conversione”.
 
Nella sua opera, i “Carmina” ed in particolare nei “Carmina natalizia” emerge il senso della Chiesa come mistero di unità. Fu, ha detto il Papa, “un vero maestro”, “crocevia di eletti”, come Agostino, Ambrogio, Martino e altri. Nell'amicizia tra Paolino e Agostino, che si evidenzia nello scambio di lettere che intercorse tra loro, Benedetto XVI ha indicato un tipo di “comunione” che deve essere modello per la Chiesa. La teologia del nostro tempo, ha spiegato, ha trovato nella sua opera quell’idea di “Vangelo di comunione come chiave di approccio al mistero della Chiesa”, espresso dal Concilio Vaticano II quando parla della Chiesa come “comunione intima con Dio”. “Paolino ci aiuta a sentire la Chiesa come sacramento dell’intima unione con Dio di tutti noi e di tutto il genere umano”.
FOTO: Credit CPP
 
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