10/10/2012, 00.00
VATICANO
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Papa: il Vaticano II, allora, come oggi, pose "la questione di Dio" a un mondo secolarizzato

Alla vigilia della celebrazione per l'inizio dell'Anno della fede e per i 50 anni del Concilio, il ricordo personale di Benedetto XVI di un evento accaduto in un tempo nel quale, come oggi, "gli uomini sono intenti al regno della terra piuttosto che al regno dei cieli", vogliono "rivendicare la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo in cui il "laicismo" è ritenuto la conseguenza legittima del pensiero moderno e la norma più saggia per l'ordinamento temporale della società".

Città del Vaticano (AsiaNews) - Il Vaticano II, "evento di luce che si irradia fino a oggi" pose la "questione di Dio", questione che si pone ancora oggi, in un tempo nel quale, come disse Paolo VI nel 1965 e ha ripetuto oggi Benedetto XVI  "gli uomini sono intenti al regno della terra piuttosto che al regno dei cieli; un tempo, aggiungiamo, in cui la dimenticanza di Dio si fa abituale, quasi la suggerisse il progresso scientifico; un tempo in cui l'atto fondamentale della persona umana, resa più cosciente di sé e della propria libertà, tende a rivendicare la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo in cui il "laicismo" è ritenuto la conseguenza legittima del pensiero moderno e la norma più saggia per l'ordinamento temporale della società".

Udienza generale dedicata alla celebrazione, domani, dell'inizio dell'Anno della fede e dei 50 anni dall'inizio del Concilio da un papa che alle 25mila persone presenti in piazza san Pietro ricorda di essere stato "testimone diretto" di quell'evento: "ero un giovane professore di teologia fondamentale a Bonn quando l'allora arcivescovo di Colonia, il cardinale Frings, per me un punto di riferimento umano e sacerdotale, mi portò con sé a Roma come suo consulente teologo; poi fui anche nominato perito conciliare. Per me - ha commentato - è stata un'esperienza unica: dopo tutto il fervore e l'entusiasmo della preparazione, ho potuto vedere una Chiesa viva - quasi tremila Padri conciliari da tutte le parti del mondo riuniti sotto la guida del successore dell'apostolo Pietro - che si mette alla scuola dello Spirito Santo, il vero motore del Concilio. Rare volte nella storia si è potuto, come allora, quasi 'toccare' concretamente l'universalità della Chiesa in un momento di grande realizzazione della sua missione di portare il Vangelo in ogni tempo e fino ai confini della terra".

E' stato "come un grande affresco, con molteplicità di elementi, dipinto sotto la guida dello Spirito Santo" e "come di fronte a un grande quadro dipinto in quel momento di grazia, continuiamo anche oggi a riscoprirne particolari e paesaggi". Un evento che ha una "particolare ricchezza anche oggi" e sui documenti del quale "bisogna ritornare liberandoli da una massa di pubblicazioni che invece di farli conoscere li hanno nascosti".

Frasi per la prima volta tradotte anche in arabo, perché un lettore ha letto in quella lingua il passo del Vangelo che introduce l'udienza e una sintesi della catechesi.

"La prima questione che si pose nella preparazione di questo grande evento fu proprio come cominciarlo, quale compito preciso attribuirgli. Il beato Giovanni XXIII, nel discorso di apertura, l'11 ottobre di cinquant'anni fa, diede un'indicazione generale: la fede doveva parlare in un modo rinnovato, più incisivo - perché il mondo stava rapidamente cambiando - mantenendo però intatti i suoi contenuti perenni, senza cedimenti o compromessi. Il Papa desiderava che la Chiesa riflettesse sulla sua fede, sulle verità che la guidano. Ma da questa seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l'età moderna, tra il Cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l'esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza".

"Il tempo in cui viviamo continui ad essere segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio. Penso, allora, che dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio e nell'incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue. La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda - di nuovo, con chiarezza - che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l'uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo. Il Concilio ci ricorda che la Chiesa, in tutte le sue componenti, ha il compito, il mandato di trasmettere la parola dell'amore di Dio che salva, perché sia ascoltata e accolta quella chiamata divina che contiene in sé la nostra beatitudine eterna".

"Il Concilio Vaticano II - la conclusione del Papa - è per noi un forte appello a riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra fede, a conoscerla in modo profondo per un più intenso rapporto con il Signore, a vivere fino in fondo la nostra vocazione cristiana".

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