04/01/2017, 10.59
VATICANO

Papa: le carceri siano luogo di rieducazione e reinserimento sociale

“Quando qualcuno mi domanda cose difficili come ‘perché soffrono i bambini’ io davvero non so come rispondere, dico solo di guardare il crocifisso e guardare come Dio ha offerto suo figlio, per questo diciamo che Dio è entrato nel dolore degli uomini”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Le carceri siano luoghi di reinserimento. Papa Francesco è tornato a lanciare questo appello, che gli è particolarmente caro, ricordando quanto avvenuto ieri in Brasile. “Ieri – ha detto - sono giunte dal Brasile le notizie drammatiche del massacro avvenuto nel carcere di Manaus, dove un violentissimo scontro tra bande rivali ha causato decine di morti. Esprimo dolore e preoccupazione per quanto accaduto. Invito a pregare per i defunti, per i loro familiari, per tutti i detenuti di quel carcere e per quanti vi lavorano. E rinnovo l’appello perché gli istituti penitenziari siano luoghi di rieducazione e di reinserimento sociale, e le condizioni di vita dei detenuti siano degne di persone umane. Vi invito a pregare per questi detenuti morti e per tutti quelli nel mondo, perché le carceri siano davvero luoghi di reinserimento, preghiamo la Madonna, Madre dei detenuti”.

In precedenza, il Papa, continuando nelle catechesi dedicate alla speranza cristiana, aveva detto che “qualcuno mi domanda cose difficili come ‘perché soffrono i bambini’ io davvero non so come rispondere, dico solo di guardare il crocifisso e guardare come Dio ha offerto suo figlio, per questo diciamo che Dio è entrato nel dolore degli uomini”.

Alle settemila persone presenti nell’aula Paolo VI, in Vaticano per l’udienza generale   il Papa ha dunqye proposto “una figura di donna che ci parla della speranza vissuta nel pianto. Si tratta di Rachele, la sposa di Giacobbe e la madre di Giuseppe e Beniamino, colei che, come ci racconta il Libro della Genesi, muore nel dare alla luce il suo secondogenito, cioè Beniamino”.

“Il profeta Geremia fa riferimento a Rachele rivolgendosi agli Israeliti in esilio per consolarli, con parole piene di emozione e di poesia, cioè prende il pianto di Rachele ma dà speranza. Così dice il Signore: «Una voce si ode a Rama, / un lamento e un pianto amaro: / Rachele piange i suoi figli, / e non vuole essere consolata per i suoi figli, / perché non sono più» (Ger 31,15). In questi versetti, Geremia presenta questa donna del suo popolo, la grande matriarca della sua tribù, in una realtà di dolore e pianto, ma insieme con una prospettiva di vita impensata. Rachele, che nel racconto di Genesi era morta partorendo e aveva assunto quella morte perché il figlio potesse vivere, ora invece, rappresentata dal profeta come viva a Rama, lì dove si radunavano i deportati, piange per i figli che in un certo senso sono morti andando in esilio; figli che, come lei stessa dice, ‘non sono più’, sono scomparsi per sempre. E per questo Rachele non vuole essere consolata. Questo suo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore”.

“Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili”.

“Questo rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza e se non posso dire parole così, piangendo con il dolore, è meglio il silenzio, la carezza, il gesto senza parole.

E Dio, con la sua delicatezza e il suo amore, risponde al pianto di Rachele con parole vere; così prosegue infatti il testo di Geremia. Dice il Signore, risponde a quel pianto: «Trattieni il tuo pianto, / i tuoi occhi dalle lacrime, / perché c’è un compenso alle tue fatiche / – oracolo del Signore –: / essi torneranno dal paese nemico. / C’è una speranza per la tua discendenza / – oracolo del Signore –: / i tuoi figli ritorneranno nella loro terra» (Ger 31,16-17). Proprio per il pianto della madre, c’è ancora speranza per i figli, che torneranno a vivere. Questa donna, che aveva accettato di morire, al momento del parto, perché il figlio potesse vivere, con il suo pianto è ora principio di vita nuova per i figli esiliati, prigionieri lontano dalla patria. Al dolore e al pianto amaro di Rachele, il Signore risponde con una promessa che adesso può essere per lei motivo di vera consolazione: il popolo potrà tornare dall’esilio e vivere nella fede, libero, il proprio rapporto con Dio. Le lacrime hanno generato speranza. Questo non è facile da capire ma è vero, tante volte nella vita nostra le lacrime seminano speranza, sono semi di speranza”.

“Come sappiamo, questo testo di Geremia è poi ripreso dall’evangelista Matteo e applicato alla strage degli innocenti (cfr 2,16-18). Un testo che ci mette di fronte alla tragedia dell’uccisione di esseri umani indifesi, all’orrore del potere che disprezza e sopprime la vita. I bambini di Betlemme morirono a causa di Gesù. E Lui, Agnello innocente, sarebbe poi morto, a sua volta, per tutti noi. Il Figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini, non dimentichiamo questo; quando qualcuno mi domanda cose difficili come ‘perché soffrono i bambini’ io davvero non so come rispondere, dico solo di guardare il crocifisso e guardare come Dio ha offerto suo figlio, per questo diciamo che Dio è entrato nel dolore degli uomini, lo ha condiviso ed ha accolto la morte; la sua Parola è definitivamente parola di consolazione, perché nasce dal pianto. E sulla croce sarà Lui, il Figlio morente, a donare una nuova fecondità a sua madre, affidandole il discepolo Giovanni e rendendola madre del popolo dei credenti. La morte è vinta, e giunge così a compimento la profezia di Geremia. Anche le lacrime di Maria, come quelle di Rachele, hanno generato speranza e nuova vita”.

 

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