07/04/2021, 10.34
VATICANO
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Papa: nella Chiesa tutto respira e partecipa di una grazia che ci unisce ai santi

“Quando preghiamo, non lo facciamo mai da soli: anche se non ci pensiamo, siamo immersi in un fiume maestoso di invocazioni che ci precede e che prosegue dopo di noi”. Francesco ha ricordato “nella preghiera le vittime delle inondazioni che nei giorni scorsi hanno colpito l’Indonesia e Timor Est”. L’Athletica Vaticana prosegua nell’impegno di “diffondere la cultura della fraternità in ambito sportivo”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Nella Chiesa non c’è un lutto che resti solitario, non c’è lacrima che sia versata nell’oblio, perché tutto respira e partecipa di una grazia comune”. Papa Francesco ha illustrato così, all’udienza generale di oggi il tema “Pregare in comunione con i santi”, per la quale “quando preghiamo, non lo facciamo mai da soli: anche se non ci pensiamo, siamo immersi in un fiume maestoso di invocazioni che ci precede e che prosegue dopo di noi”.

Un incontro, svoltosi nella biblioteca privata, al termine del quale Francesco ha voluto ricordare “nella preghiera le vittime delle inondazioni che nei giorni scorsi hanno colpito l’Indonesia e Timor Est”. “Il Signore – ha proseguito - accolga i defunti, conforti i familiari e sostenga quanti hanno perso la loro abitazione”.

Le preghiere, ha sottolineato il Papa, “sono ‘diffusive’, si propagano in continuazione, con o senza messaggi sui ‘social’: dalle corsie di ospedale, dai momenti di ritrovo festoso come da quelli in cui si soffre in silenzio… Il dolore di ciascuno è il dolore di tutti, e la felicità di qualcuno si travasa nell’animo di altri. Il dolore e la felicità, storie che si fanno storia della propria vita. Le preghiere – ha proseguito - rinascono sempre: ogni volta che congiungiamo le mani e apriamo il cuore a Dio, ci ritroviamo in una compagnia di santi anonimi e di santi riconosciuti che con noi pregano, e che per noi intercedono, come fratelli e sorelle maggiori transitati per la nostra stessa avventura umana”. E il fatto che un tempo le sepolture fossero accanto alle chiese stava quasi a dire “che ad ogni Eucaristia partecipa in qualche modo la schiera di chi ci ha preceduto. Ci sono i nostri genitori e i nostri nonni, ci sono i padrini e le madrine, ci sono i catechisti e gli altri educatori…”.

“I santi sono ancora qui, non lontani da noi; e le loro raffigurazioni nelle chiese evocano quella ‘nube di testimoni’ che sempre ci circonda (cfr Eb 12,1). Sono testimoni che non adoriamo – beninteso –, ma che veneriamo con la memoria e che in mille modi diversi ci rimandano a Gesù Cristo, unico Signore e Mediatore tra Dio e l’uomo. Un santo che non rimanda a Gesù Cristo non è un santo”.

I santi, ha detto ancora, “ci ricordano che anche nella nostra vita, pur debole e segnata dal peccato, può sbocciare la santità. Anzi, all’ultimo momento. Non a caso nei Vangeli leggiamo che il primo santo canonizzato è stato un ladro, Canonizzato non da un papa, ma da Gesù. Non è mai troppo tardi per convertirsi al Signore, che è buono e grande nell’amore (cfr Sal 102,8). Il Catechismo spiega che i santi «contemplano Dio, lo lodano e non cessano di prendersi cura di coloro che hanno lasciato sulla terra. […] La loro intercessione è il più alto servizio che rendono al disegno di Dio. Possiamo e dobbiamo pregarli di intercedere per noi e per il mondo intero» (CCC, 2683). In Cristo c’è una misteriosa solidarietà tra quanti sono passati all’altra vita e noi pellegrini in questa: i nostri cari defunti, dal Cielo continuano a prendersi cura di noi. Loro pregano per noi e noi preghiamo con loro. Questo legame di preghiera lo sperimentiamo già qui, nella vita terrena: preghiamo gli uni per gli altri, domandiamo e offriamo preghiere... Il primo modo di pregare per qualcuno è parlare a Dio di lui o di lei. Se facciamo questo frequentemente, ogni giorno, il nostro cuore non si chiude, rimane aperto ai fratelli. Pregare per gli altri è il primo modo di amarli e ci spinge alla vicinanza concreta. Anche nei momenti di conflitto”.

“Il primo modo per affrontare un tempo di angustia è quello di chiedere ai fratelli, ai santi soprattutto, che preghino per noi. Il nome che ci è stato dato nel Battesimo non è un’etichetta o una decorazione! È di solito il nome della Vergine, di un Santo o di una Santa, i quali non aspettano altro che di ‘darci una mano’ per ottenere da Dio le grazie di cui abbiamo più bisogno. Se nella nostra vita le prove non hanno superato il colmo, se ancora siamo capaci di perseveranza, se malgrado tutto andiamo avanti con fiducia, forse tutto questo, più che ai nostri meriti, lo dobbiamo all’intercessione di tanti santi, alcuni in Cielo, altri pellegrini come noi sulla terra, che ci hanno protetto e accompagnato. Perché tutti sappiamo che qui sulla terra ci sono dei santi, santi di tutti i giorni, santi della porta accanto, che vivono con noi, lavorano con noi. Sia dunque benedetto Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, insieme a questa immensa fioritura di santi e sante, che popolano la terra e che hanno fatto della propria vita una lode a Dio”.

Al termine dell’udienza, ricordando che ieri è stata celebrata la Giornata internazionale per lo sport sviluppo e pace, Francesco ha invitato a “diffondere la cultura della fraternità in ambito sportivo”. “Auspico – ha aggiunto - che possa rilanciare l’esperienza dello sport come evento squadra, per favorire il dialogo solidale tra culture popoli diversi”. “Sono lieto di incoraggiare l’Athletica Vaticana – ha concluso – a proseguire nell’impegno di diffondere la cultura della fraternità in ambito sportivo, ponendo viva attenzione alle persone più fragili e diventando così testimone di pace”.

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