05/10/2004, 00.00
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Patente europea per la Turchia? Sì, con qualche dubbio…

di Marek Zuboir

Gli sforzi del governo, lo scetticismo degli anziani, la fiducia dei giovani laici e musulmani. Mons. Franceschini, vescovo dell'Anatolia: "Siamo sulla strada giusta, ma il cammino è ancora lungo".

Ankara (AsiaNews) - Da mesi giornali e televisione turchi non parlano d'altro: l'Unione Europea darà la patente di idoneità alla Turchia? Domani scade la data fissata per il verdetto; discussioni e dibattiti si fanno più serrati.

È trascorso un anno da quando il portavoce della Commissione europea per l'allargamento, Hansjorg Kretschmer, è andato ad Antiochia per incontrare i rappresentanti delle minoranze etniche non musulmane presenti in Turchia e stilare il suo rapporto sulla candidatura di Ankara all'entrata in Europa.

Il governo turco ha mostrato buona volontà: nell'ultimo anno 3 importanti pacchetti di riforme sono stati varati per adeguare la legislazione turca ai criteri di Copenaghen.

Con la riforma del Consiglio di Sicurezza nazionale si è iniziato un graduale e non facile ridimensionamento del ruolo dei militari nella vita politica; la riforma del codice penale ha portato all'abolizione della pena di morte e del contestato reato di adulterio.

Benchè la Turchia sia ancora lontana dal rappresentare un modello di tolleranza nei confronti delle diversità etniche e culturali, su impulso dell'Unione Europea sono state introdotte leggi che riconoscono i diritti culturali delle minoranze etniche. Questo è vero anzitutto per i curdi, da sempre insoddisfatti per non poter usare la loro lingua madre nelle scuole private e nelle trasmissioni televisive, come pure la possibilità di utilizzare i loro nomi nella lingua curda sui documenti e nei luoghi pubblici. I religiosi stranieri si sono stupiti nel veder loro concesso il permesso di soggiorno per più anni. Entrando nelle carceri, dopo la forte pressione esercitata dall'opinione pubblica straniera contro le torture, ora si respira un'aria più umana.

Sui criteri di democrazia e rispetto dei diritti umani c'è una convergenza sostanziale della Turchia verso standard europei, anche se permangono ancora carenze: corruzione diffusa, discriminazioni verso le donne, limitazioni ai diritti delle minoranze, pressioni sulla stampa.

Aria di fiducia fra la gente

Ma la gente comune che cosa pensa dell'entrata in Europa della Turchia? Istintivamente risponde con una grande risata. Gli anziani pensano sia impossibile fondere due culture così diverse: essi si sentono ancora i successori degli ottomani. Per i giovani la Turchia "europea" rappresenta un sogno: "Quando mai ci accetterete e ci riconoscerete dei vostri? Sarete disposti a spartire la torta di benessere e di stile di vita con noi?" affermano molti ragazzi pensando all'Europa come il paese del bengodi e della libertà.

Ma i tanti fortunati che hanno studiato in Europa, e ora sono medici avvocati o ingegneri, dichiarano di avere già "il cuore e la mente europea". Confessano di aver imparato "dagli europei" i valori della giustizia, uguaglianza, rispetto alla persona e solidarietà. E sono grati di questo.

Gli adulti, più realisti, vedono il traguardo molto lontano, anzitutto per quanto riguarda il degrado delle strutture sociali pubbliche - scuola, assistenza sanitaria e lavorativa - per non parlare della crisi economica, segnata da una forte inflazione e dalla svalutazione della lira turca. Essi sono però favorevoli all'ingresso della Turchia nell'Unione europea perché ne vedono l'importante ricaduta positiva.

Nella gente, dunque, si respira aria di fiducia; chiunque spera di ottenere vantaggi nel proprio standard di vita e nella libertà di espressione.

Parlo con un gruppo di ragazze velate: "Cosa ne pensate dell'entrata della Turchia in Europa? Non temete di perdere la vostra identità?". Mi sorridono, una si fa portavoce di tutte: "Quello che stanno vivendo le donne musulmane in Francia non è molto diverso da quanto viviamo ogni giorno noi qui: stiamo andando all'università e già da tempo abbiamo accettato di toglierci il velo sulla soglia d'ingresso alle aule, a causa della "laicità dello Stato". Da tempo alcune nostre coetanee lottano per questo, arrivando persino a mettersi una parrucca sul velo pur di non levarselo… Cosa cambierebbe per noi? Ci hanno abituato a vivere la nostra religione in ambito privato e non pubblico, capiamo perfettamente la differenza tra stato e religione, questa è una eredità di Ataturk che comprendiamo per il rispetto di tutti, anche se ci costa".

A parte il segno esteriore del velo, peraltro portato da una esigua minoranza, le donne turche credono fermamente di acquisire maggiore dignità e rispetto equiparandosi alle donne europee.

Un'inchiesta riportata sui quotidiani nazionali afferma che il 60% della popolazione si dichiara favorevole ad una Turchia europea, anche se una buona frangia di nazionalisti e fondamentalisti temono di perdere le proprie radici nel Mare Magnum della cristianità.

I diritti violati per i cristiani

Naturalmente chi spera in ricadute positive dell'entrata in Europa è la minoranza cristiana, che si sente ancora limitata nel suo credo. Ai cristiani sono ancora precluse la carriera militare e le alte cariche pubbliche: questo perché i cristiani sono ritenuti un gruppo sociale "sospetto" per la sicurezza del Paese. I cristiani non possono frequentare scuole religiose, da quando sono stati soppressi tutti i seminari, noviziati o scuole per la formazione vocazionale: se un giovane - ad esempio - sente la chiamata al sacerdozio o alla vita religiosa deve migrare all'estero. Inoltre la Chiesa cattolica, priva di personalità giuridica, non può acquistare immobili; per restaurare edifici antichi deve ottenere l'autorizzazione dall'ufficio regionale per la Protezione dei beni culturali e nazionali. Non si possono edificare nuove chiese per soddisfare i bisogni religiosi dei fedeli cristiani.

Gli edifici religiosi che per una prolungata assenza di sacerdoti o di fedeli non sono più utilizzati, diventano parte del patrimonio dello Stato. A causa di tali norme, varie minoranze religiose - come la greco-ortodossa, l'ebrea e l'armena - hanno perso molti luoghi di culto. Queste problemi sono ancora aperti: è trascorso un anno da quando è stata presentata al primo ministro turco, al ministero dell'Interno e degli Esteri una serie di richieste da parte di un comitato di rappresentanti delle Chiese greco-ortodossa, siriana, armena e cattolica perché in vista dell'integrazione con l'Europa si prendano in esame questi fondamentali problemi ancora irrisolti. Ma da Ankara non è giunta ancora alcuna risposta. La speranza della minoranza cristiana è che, con la scusa dell'ingenuo ottimismo per i traguardi raggiunti, non vengano dimenticate queste clausole indispensabili perché un Paese si possa definire davvero democratico.

Mons. Ruggero Franceschini è vescovo del Vicariato apostolico dell'Anatolia e presidente della Conferenza episcopale dei vescovi cattolici di Turchia. A lui chiedo: "La Turchia è idonea o no ad entrare in Europa?" Senza esitare risponde che non vede difficoltà ed ostacoli, anche se il cammino sarà ancora lungo. Per una reale trasformazione sui diritti umani, egli aggiunge, ci vorranno almeno altri 10-15 anni, ma si è sulla strada giusta. Una sorta di diplomatico «Sì, ma…». (MZ)
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