11/01/2016, 00.00
SIRIA

Patriarca Laham: Madaya ostaggio di bande armate e terroristi, a rischio la consegna di aiuti

Oggi è partito il primo convoglio per la città sotto assedio, dove la popolazione muore di fame. Prevista la consegna di cibo e scorte sufficienti per almeno un mese. Nei prossimi giorni attesi medicinali e altri generi di prima necessità. Ma il pericolo è che finiscano nelle mani di Daesh e altri gruppi. Gregorio III: la controversia fra Iran e Arabia Saudita minaccia per gli sforzi di pace.

Damasco (AsiaNews) - Madaya è una città “presa in ostaggio da persone che vivono all’interno”, da bande armate e gruppi terroristi, oltre che da membri di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico, SI], che usano i civili “come scudi umani”. È quanto afferma ad AsiaNews il Patriarca melchita Gregorio III Laham, il quale precisa che nella città siriana contesa fra governo e ribelli abitano “20mila, non 40mila abitanti come scritto in questi giorni sui media”. “Noi come Chiesa non abbiamo accesso a questa città - aggiunge - ma sappiamo che inviare aiuti è rischioso, perché spesso finiscono nelle mani, come già successo in altre parti, di bande criminali e gruppi terroristi”. 

Ad oggi in Siria fino a 4,5 milioni di persone vivono in aree contese e difficili da raggiungere per le agenzie umanitarie, tra le quali almeno 400mila in 15 diverse località sotto assedio, che vivono in condizioni di estrema necessità e senza la possibilità di ricevere aiuti. Fra queste vi è Madaya, 25 km a nord-ovest di Damasco e a soli 11 km dal confine con il Libano; dal luglio scorso la zona è assediata dalle forze governative, sostenute dagli alleati sciiti libanesi di Hezbollah. 

Sebbene non vi siano cifre aggiornate sul numero delle vittime, fonti di Medici senza frontiere (Msf) riferiscono che dal primo dicembre scorso sarebbero morte di fame almeno 23 persone. Funzionari delle Nazioni Unite parlano di testimonianze (credibili) di persone morte di fame e di altre uccise mentre cercavano di fuggire dall’area.

Oggi, dopo una lunga attesa, un convoglio carico di generi alimentari è partito per Madaya, con cibo e scorte in grado di sfamare i 20mila abitanti almeno per un mese. Dall’ottobre scorso la popolazione non riceve aiuti e i prezzi delle derrate, ormai introvabili, sono schizzati alle stelle con un litro di latte venduto al mercato nero a oltre 200 dollari. Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare in città anche medicine e altri beni di prima necessità, che non siano generi alimentari.

Interpellato da AsiaNews Gregorio III, siriano, patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, afferma che in situazioni come quella di Madaya, è necessario fare attenzione nell’invio di aiuti perché “rischiano di finire nelle mani dei terroristi, non della popolazione”. La situazione della città è in tutto simile a quella vissuta a Yarmouk, che in passato il nunzio apostolico a Damasco aveva definito una “vergogna” consumata nel silenzio della comunità internazionale. “Se entrano generi alimentari - spiega sua beatitudine - il rischio è che vengano confiscati. Il problema è complicato, qui non si tratta solo del governo che non vuole far entrare aiuti, ma è un crimine che continua a danno dei più deboli. È la guerra dei grandi che miete sempre vittime fra i più piccoli”. 

L’auspicio, prosegue il patriarca, è che gli aiuti inviati oggi “arrivino alla popolazione”. Al governo e all’opposizione “rinnoviamo, come Chiesa, l’appello di non dimenticare l’essere umano, la vita, che deve essere tutelata e protetta”. La speranza è che si muova preso la diplomazia internazionale e che la risoluzione per la pace in Siria votata a New York “prenda corpo”, anche se la crisi fra Iran e Arabia Saudita “complica la situazione”. In questo contesto di guerra e violenza, conclude, “assume ancora più valore l’Anno della Misericordia di papa Francesco”, perché ricorda alla gente che “non bisogna lasciar estinguere il fuoco della speranza, che bisogna pregare e adoperarsi per la pace e la riconciliazione”. 

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