12/07/2013, 00.00
CINA
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Pechino “festeggia” il Ramadan, funzionari comunisti invitano a pranzo i musulmani uighuri

Il governo della provincia occidentale del Xinjiang ha messo sotto sorveglianza le moschee e proibito gruppi di studio e di preghiera. Dopo l'invito a pranzo, l'accusa di “offese premeditate” quando non mangiano. Attivisti denunciano: “Queste politiche sono nuova benzina sul fuoco”.

Pechino (AsiaNews) - Mentre tutto il mondo islamico osserva con rigore i precetti legati al mese sacro di Ramadan, i musulmani della provincia cinese del Xinjiang subiscono una nuova ondata di repressione e limitazioni tese a impedirgli di osservare le regole stabilite dalla propria religione per questo periodo. I funzionari del governo cinese, denunciano gruppi di attivisti di etnia uighura, arrivano a invitare a pranzo i leader religiosi della comunità per metterli in imbarazzo e avere una scusa per poterli accusare di "premeditate offese".

Dilxadi Rexiti, portavoce del Congresso mondiale degli uighuri, dice: "Alcuni rappresentanti del governo vanno a casa dei membri importanti della comunità per offrire frutta e bevande di giorno, quando invece il Corano ci impone di digiunare fino al tramonto. Allo stesso tempo, le autorità hanno bandito ogni gruppo di studio dei testi religiosi e hanno messo sotto sorveglianza le moschee".

Il Ramadan, iniziato due giorni fa, impone ai fedeli di astenersi da cibo, bevande, tabacco e attività sessuali durante il giorno. Nella provincia, da molto tempo epicentro di violenze e tensioni fra l'etnia uighura (un tempo maggioritaria nella zona) e l'etnia han, queste provocazioni rischiano di accendere la miccia per nuovi scontri. Secondo Katrina Lantos Swett, della Commissione Usa per la libertà religiosa, "le politiche di Pechino lanciate in nome della sicurezza rischiano di mettere a serio rischio la stabilità della zona".

Gli uighuri sono musulmani e turcofoni: da diversi decenni hanno un rapporto conflittuale con il governo centrale cinese. Dopo alcuni tentativi (falliti) di ottenere l'indipendenza come "Turkestan orientale", i leader etnici hanno chiesto a Pechino la possibilità di preservare lingua, cultura e religione locale. Il governo cinese - pur concedendo agevolazioni fiscali e sociali - ha deciso invece di usare la mano pesante e ha lanciato una campagna di controllo e repressione in tutta la zona. Da tempo, infatti, è proibita l'istruzione religiosa ai minorenni (che non possono neanche entrare nelle moschee).

 

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