23/06/2021, 10.55
RUSSIA
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Persecuzioni contro le religioni popolari dell’Altaj

di Vladimir Rozanskij

L’Ak Tyan o “fede bianca” nel mirino dei servizi di sicurezza russi. I contrasti con i buddisti dell’area. Timori per una deriva estremista del nuovo paganesimo. La gioventù del luogo è sempre più affascinata dalle antiche credenze religiose.

Mosca (AsiaNews) – Alcune antiche credenze religiose nella Siberia meridionale continuano a essere perseguitate dall’amministrazione locale e dai servizi di sicurezza russi. Lo ha rivelato un documentario di Radio Svoboda, andato in onda il 19 giugno. Il servizio si occupava delle religioni popolari nella repubblica dell’Altaj, ai confini con Mongolia, Cina e Kazakistan, dove si pratica anche il buddismo.

Nel 2018 il tribunale provinciale di Ongudaj ha condannato come “estremista” un’organizzazione mai registrata in via ufficiale: il “Gruppo d’iniziativa del Karakol”. Nella sentenza vengono specificate alcune varianti delle forme di religiosità che molti abitanti dell’Altaj considerano la “fede dei padri”, come il cosiddetto Ak Tyan o “fede bianca”. I leader spirituali e i seguaci dell’Ak Tyan sono sotto indagine con accuse di proselitismo e diffusione di materiali estremisti, e altre cause penali sono attese a breve.

Nel documentario si racconta delle persecuzioni contro gli aktyanovtsy, i seguaci della fede bianca, i quali accusano la dirigenza locale di essersi venduta alla comunità buddista internazionale Nipponzan-Myōhōji-Daisanga (l’Ordine del sutra del loto). Al suo leader, il monaco giapponese Terasawa Junsei, è vietato l’ingresso in Russia fin dai tempi della seconda guerra cecena (1999-2009): egli è accusato di avere contatti con i separatisti ceceni. I buddisti dell’Altaj sarebbero appoggiati dall’Fsb (ex-Kgb) contro le proteste dei credenti “bianchi”, diffuse sui social media e in varie manifestazioni di piazza.

I buddisti sostengono che l’Ak Tyan è in realtà soltanto una variante del buddismo, rifacendosi alle teorie etnografiche che parlano del burkhanesimo come “buddismo popolare”. Oltre ai seguaci di Junsei, nell’Altaj si trovano anche rappresentanti di un buddismo più tradizionale, come la Scuola del Karma Kagyü, e altri gruppi non sgraditi alle autorità.

L’Altaj è in effetti una zona di contatto e contaminazione tra varie tradizioni culturali e religiose, formatasi nel periodo del primo e secondo dei grandi khanati turchi, quello kirghiso e quello uiguro, successivi all’impero di Gengis Khan. Tra il XVII e il XVIII secolo, in quest’area gli zungari hanno fondato un potente impero nomade, disciolto nel 1750 dopo una sanguinosa guerra con la Cina. Gli eredi di questi khanati sono finiti poi sotto il dominio dell’impero russo, che dal XIX secolo ha chiamato questi popoli gli “abitanti dell’Altaj”.

Gli zungari professavano il buddismo, che secondo gli storici è stato imposto con la forza agli sciamanisti pagani di queste terre, ragione per cui è rimasto nella coscienza locale come religione degli occupanti. Nella rinascita religiosa del post-comunismo tutto è stato rimesso in discussione; molti “nuovi credenti” hanno ricominciato a frequentare i luoghi impervi dove gli antichi pagani si difendevano dalle guerre e dalle epidemie, celebrando i propri riti: le alture chiamate le “ascelle dell’Altaj”. Non solo buddismo e paganesimo; da queste parti si è diffusa anche una variante manichea del cristianesimo, che alcuni sostengono fosse la fede nativa dello stesso Gengis Khan.

Nonostante le persecuzioni, l’Ak Tyan del Karakol è destinato a sopravvivere; con ogni probabilità il suo radicalismo si accentuerà, proprio grazie alle oppressioni che danno ai nuovi sciamani un crisma di ulteriore purezza. La “rinascita del paganesimo” asiatico, orgoglio dei popoli dell’Altaj, esercita grande fascino sulla gioventù locale.

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