26/04/2013, 00.00
COREA
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Processo di beatificazione per il vescovo di Pyongyang, martire di una Chiesa sterminata

di Joseph Yun Li-sun
La Conferenza episcopale del Sud chiede a Roma di beatificare il presule “scomparso”, ma mai dichiarato morto, durante le persecuzioni di Kim Il-sung contro la Chiesa del Nord. Insieme ai suoi 80 compagni – quasi tutti sacerdoti e religiosi – è un simbolo dell’odio religioso e della violenza del regime stalinista guidato oggi da Kim Jong-un.

Seoul (AsiaNews) - I vescovi della Corea del Sud hanno chiesto alla Congregazione per le Cause dei Santi di aprire il processo di beatificazione per il vescovo di Pyongyang mons. Francesco Borgia Hong Yong-ho e i suoi 80 compagni, martiri della persecuzione stalinista operata dal regime di Kim Il-sung subito dopo la divisione della penisola coreana nel 1948. Si tratta di un passo importante per il riconoscimento delle sofferenze della comunità cattolica del Nord, sterminata dall'odio ideologico del governo dei Kim.

Nato il 12 ottobre 1906, ordinato sacerdote il 25 maggio 1933, mons. Hong è stato nominato vicario apostolico di Pyongyang e vescovo titolare di Auzia il 24 marzo  1944 da papa Pio XII. Il successivo 29 giugno è stato consacrato da monsignor Bonifatius Sauer, co-consacranti il vescovo Irenaeus Hayasaka e l'arcivescovo Paul Marie Kinam-ro.

Il 10 marzo 1962 papa Giovanni XXIII decise di elevare a diocesi il vicariato di Pyongyang, anche in segno di protesta contro la politica del regime nordcoreano, e di nominare quale primo vescovo proprio mons. Hong, che diviene così un simbolo della persecuzione contro i cattolici nella Corea del Nord e in generale nei regimi comunisti.

Anche se avrebbe ormai superato i 106 anni di età, in Vaticano dicono che "non può essere escluso che si trovi ancora prigioniero in qualche campo di rieducazione". Per questo sull'Annuario pontificio è ancora indicato come vescovo diocesano, anche se "scomparso". Sin dagli anni Ottanta del secolo scorso i funzionari del Nord interrogati sulla sua sorte lo definiscono "uno sconosciuto".

La situazione della Chiesa cattolica in Corea del Nord è drammatica. Dalla fine della guerra civile (1953), le tre circoscrizioni ecclesiastiche e l'intera comunità cattolica sono state decimate in maniera brutale dal regime stalinista, che non ha lasciato vivo alcun sacerdote locale ed ha cacciato quelli stranieri. Si stimano in oltre 300mila i cristiani "scomparsi" durante i primi anni della persecuzione di Kim Il-sung, l'allora dittatore del Paese.

Tuttavia, la Santa Sede ha continuato a mantenere vivo il clero assegnando le "sedi vacanti et ad nutum Sanctae Sedis" ad alcuni ordinari sudcoreani. Al momento, oltre a mons. Andrea Yeom - arcivescovo di Seoul, che amministra la diocesi di Pyongyang - sono in carica mons. Luca Kim Woon-hoe, vescovo di Chuncheon ed amministratore di Hamhung, ed il p. Simon Peter Ri Hyeong-u, abate del monastero benedettino di Waegwan ed amministratore di Tokwon.

Ad oggi, non vi sono strutture ecclesiastiche né sacerdoti residenti in Corea del Nord. Dopo l'inaugurazione della prima chiesa ortodossa, avvenuta nella capitale nordcoreana nell'agosto del 2007, la comunità cattolica rimane dunque l'unica a non avere alcun ministro per la propria fede. Alcuni sacerdoti del Sud che operano nell'ambito di attività caritatevoli con il Nord hanno potuto nel tempo celebrare messa a Pyongyang, ma solo all'interno di ambasciate occidentali.

Il numero ufficiale di cattolici riconosciuti è 800, un numero molto inferiore ai 3mila dichiarati di recente dal governo; fonti di AsiaNews abbassano la cifra a meno di 200, tutti molto anziani. La cosiddetta Associazione dei cattolici nordcoreani, un'organizzazione creata e gestita dal regime, continua a dichiararsi l'interlocutore ufficiale per i cattolici locali. La Santa Sede, tuttavia, ha sempre scoraggiato una visita dei dirigenti dell'Associazione a Roma, dato che permangono seri dubbi sul loro status giuridico e canonico. Ci sono infatti sospetti che siano solo funzionari di partito, neppure cattolici.

In Corea del Nord è permesso soltanto il culto del leader Kim Jong-il e di suo padre Kim Il-sung. Il regime ha sempre tentato di ostacolare la presenza religiosa, in particolare di buddisti e cristiani, e impone ai fedeli la registrazione in organizzazioni controllate dal Partito. Pyongyang tuttavia dichiara che la libertà religiosa è presente nel Paese e garantita dalla Costituzione: cifre governative ufficiali parlano di circa 10mila buddisti, 10mila protestanti e 3mila cattolici. Le stime del governo si riferiscono solo ai fedeli iscritti nelle associazioni riconosciute. A Pyongyang ci sono tre chiese, due protestanti ed una cattolica. Ma in queste chiese protestanti si fa solo propaganda al regime, e all'interno operano preti che paragonano il "presidente eterno" e il "caro leader" (Kim Il-sung e il figlio Kim Jong-il) a due "semidei".

Nell'unica chiesa cattolica non opera alcun prete, ma vi si svolge solo una preghiera collettiva una volta a settimana. Questi luoghi di culto sono stati più volte definiti "specchietti per le allodole", destinate ai pochi turisti che riescono a visitare il Paese. L'arcidiocesi di Seoul - atuale amministrazione apostolica di Pyongyang - ha chiesto spesso alla Corea del Nord il permesso di inviare una volta alla settimana un sacerdote dal sud per celebrare una messa nella capitale del Nord, ma le è stato sempre rifiutato.

La comunità cristiana è inoltre sottoposta ad una repressione particolarmente dura da parte delle autorità. Un cristiano è doppiamente malvisto, perché accusato di slealtà verso il regime e sospettato di rapporti con l'Occidente. La maggioranza dei fedeli rimasti è costretta ad esprimere la propria fede in segreto.

Nel Paese comunista, essere "scoperti" mentre si partecipa ad una messa in un luogo non autorizzato può comportare pene detentive e, nei casi peggiori, tortura e anche la pena capitale. Anche il solo fatto di possedere una Bibbia è considerato un reato che può portare alla pena di morte. Il 16 giugno 2009 una cristiana di 33 anni, Ri Hyon-ok, è stata condannata a morte e giustiziata "per aver messo in circolazione delle Bibbie".

 

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