15/03/2004, 00.00
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Putin, fondatore della "Nuova Russia"

di Vladimir Rozanskij

Il rieletto presidente è il missionario più deciso della nuova Russia; egli cerca un'identità sintesi fra comunismo e zarismo, religioso e agnostico, populista e liberale, fra mille contradizioni. Con lui nasce la Putin-generation

Mosca (AsiaNews) - Con la rielezione di Vladimir Putin al soglio presidenziale, la Russia completa in modo definitivo il tragitto del post-comunismo e giunge alla fine del suo più che decennale viaggio nel deserto del capitalismo. Il paese cerca ormai di intravedere la terra promessa di una nuova vita propria, non più determinata dalle ideologie nate nell'Ottocento o dagli effetti delle guerre calde e fredde del Novecento, generate da quelle stesse ideologie. Ciò avviene proprio nel momento in cui le elezioni del presidente riproducono quanto mai da vicino il clima tipico della "religione statalista" del periodo sovietico, quando si andava alle urne per celebrare il potere dominante. Eppure bisogna ammettere che il comunismo è davvero morto e sepolto. Il partito quasi unico di Putin e il suo assoluto controllo di tutte le leve dell'autorità e del governo sono un fenomeno insieme antico e nuovo: comunista e zarista, religioso e agnostico, populista e liberale insieme. L'antica Rus' si sporge oggi in cerca della nuova Russia nascente.

I primi tre anni del potere putiniano, infatti, sono stati dedicati ad un'unica questione da risolvere: uscire dalle contraddizioni del passato, ritrovare un senso comune non tanto alla politica, quanto alla vita stessa di un paese disgregato, sconvolto e immiserito. Occorreva anche disfarsi delle carcasse del comunismo e ripulirsi dalle infezioni del capitalismo, contratto come una malattia di mezza stagione, dagli effetti violenti ma temporanei. Occorreva ritrovare una dignità morale e spirituale, agitando il turibolo delle liturgie ortodosse davanti all'icona di una nazione da re-inventare; rifarsi una verginità di fronte alle altre potenze mondiali, l'America, l'Europa e l'Asia, recuperando una distanza di sicurezza nei confronti di tutte.

Oggi la transizione è compiuta, almeno a livello psicologico, perché in realtà tutti i problemi rimangono e pesano sulle spalle di Putin. Il quale non a caso ripete ormai come un mantra la sua frase kerigmatica: "tutto dipende da me", e non si sa se parli da autocrate, si lamenti della sua solitudine, oppure ancora interpreti il ruolo di personalità corporativa, facendo parlare con la sua voce la Russia intera, o almeno la Russia di chi vuole seguirlo, quelli che cominciano a chiamare la P-generation, la Generazione-Putin.

Il seguito del mantra putiniano è: "Riforme, riforme". Egli vuole davvero cambiare tutto: l'apparato statale, l'economia, il sistema abitativo-edilizio, la sanità, l'istruzione, i diritti di proprietà, le tasse, la giustizia, la difesa e la polizia, per rendere tutto più efficiente e più accessibile alle masse, più controllabile dallo Stato e più disponibile alla libera impresa. Si potrebbe dire: tutto e il contrario di tutto. In realtà ciò che conta non è il contenuto, ma il Programma stesso. Esso non è una lista di priorità, ma una professione di fede: riformare per credere. In cosa? In una nuova Russia.

Lo stesso presidente infatti è un vero credente. Quando va in chiesa lo fa sul serio, non per le telecamere, anzi mostra una certa insofferenza alle ostentazioni di pseudo-religiosità tipiche dei politici russi dell'ultimo decennio. Suscita l'ammirazione dei veri ortodossi, più che il fanatismo dei cristiano-talebani che affollano tante chiese e monasteri della Russia di oggi. Putin crede in se stesso, crede nella Russia, crede nell'aiuto di Dio al suo paese. È un missionario, educato alla scuola più rigorosa mai esistita dopo i gesuiti, quella del KGB, e la Russia da sempre vive per la missione: salvare il mondo, cercando di salvare se stessa. Fatta la Russia, ora egli dovrà fare anche i russi: non rimane che pregare per lui.

 

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