19/07/2016, 11.05
TURCHIA
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Reintrodurre la pena di morte, prossimo obiettivo della repressione scatenata da Erdogan

A più riprese “il sultano” ha detto che la pena capitale tornerà “se il popolo lo chiede”. Anche se il presidente turco nega di voler approfittare della situazione, sembra essere senza fine l’ondata di arresti che sta colpendo, oltre a migliaia di militari e agenti di polizia, generali e giudici. A tale proposito, esperti del Consiglio d’Europa ieri hanno affermato che “arresti e deferimenti in massa di giudici non sono un mezzo accettabile per restaurare la democrazia”.

Ankara (AsiaNews/Agenzie) – E’ la reintroduzione della pena di morte il prossimo obiettivo della repressione scatenata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan all’indomani del tentativo di colpo di Stato. A più riprese “il sultano” ha infatti detto che la pena capitale tornerà “se il popolo lo chiede”, ripetendo, stamattina, “non si può ignorare quello che il popolo chiede” in un improvvisato discorso a un gruppo di suoi sostenitori raccolti fuori dal palazzo presidenziale.

“Oggi – ha detto ancora – non c’è la pena capitale in America? In Russia? In Cina? Solo i Paesi dell’Unione europea non hanno la pena di morte”. Dall’Europa, in effetti, si sono levate varie voci che hanno chiesto a Erdogan di non reintrodurre la pena di morte che la Turchia abolì nel 2004, proprio nell’ambito del processo per l’ingresso nella UE. A loro si è unito il segretario di Stato americano John Kerry che, dopo un incontro con i ministri degli esteri della UE, ha dichiarato: “Anche noi esortiamo anche il governo della Turchia a mantenere gli standard di rispetto delle istituzioni democratiche della nazione e dello Stato di diritto”.

Ieri il presidente turco ha anche negato di stare approfittando del tentato colpo di Stato per eliminare ogni forma di opposizione e ottenere quella riforma in senso presidenzialista dello Stato alla quale mira da tempo. Erdogan ha definito “diffamazione a mezzo stampa” le accuse che gli vengono rivolte, aggiungendo “se Tayyip Erdogan fosse una figura opprimente, non avrebbe avuto  il 52% dei voti alle elezioni presidenziali”.

Al di là delle sue affermazioni, sembra essere senza fine l’ondata di arresti che sta colpendo, oltre a migliaia di militari e agenti di polizia, generali e tremila giudici. A tale proposito, esperti del Consiglio d’Europa ieri hanno affermato che “arresti e deferimenti in massa di giudici non sono un mezzo accettabile per restaurare la democrazia”. “Come qualsiasi cittadino, ogni giudice ha diritto a una procedura equa – disciplinare e/o penale – nel corso della quale la sua responsabilità deve essere doverosamente provata e il suo diritto alla difesa rispettato”, si legge in una dichiarazione diffusa da Gianni Buquicchio, presidente della Commissione di Venezia, organo consultivo di esperti costituzionalisti del Consiglio d’Europa.

Erdogan in definitiva appare determinato ad approfittare dell’occasione per eliminare tutti coloro che, in un modo o nell’altro, sono ritenuti sulle posizioni di Fethullah Gulen, il  religioso che da alleato del presidente è oggi il suo principale oppositore. Erdogan è anche tornato a chiedere agli Stati Uniti, dove Gulen attualmente vive, di estradarlo in Turchia, in quanto sarebbe la mente del fallito colpo di Stato. La Turchia, ha replicato Kerry, “deve fornire prove, non accuse”.

 

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