21/04/2016, 11.43
ASIA
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Reporter senza frontiere: in Asia sempre meno libertà di stampa

di Paul Eckert

Corea del Nord, Cina, Vietnam e Laos sono in fondo alla classifica dei 180 Paesi studiati. Preoccupa la “visione totalitaria” di Xi Jinping e la sua morsa sulle libertà a Hong Kong. In quasi tutti i Paesi dell’est e sud-est asiatico, i media sono controllati in modo diretto o indiretto dal governo. In discesa anche le democrazie coreana e giapponese, prima considerate modelli di libertà.

 

Parigi (AsiaNews/Radio Free Asia) – Le nazioni dell’Asia dell’est e del sud-est, dove ci sono quattro dei cinque regimi comunisti al mondo, occupano la parte peggiore della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere (Rsf). Su 180 nazioni prese in considerazione, la Corea del Nord si classifica al 179mo posto, la Cina si piazza al 176mo seguita dal Vietnam e con il Laos al 173mo. Le cose non vanno molto meglio in Paesi democratici come il Myanmar (143mo). Christophe Deloire, segretario generale della Ong con base a Parigi, scrive che “il clima di paura [instaurato dai regimi] sfocia in una crescente avversione al dibattito e al pluralismo, in un giro di vite sulla stampa voluto da governi sempre più oppressivi e autoritari, e in un giornalismo dei mezzi di stampa privati che è sempre più modellato secondo interessi personali”.

Per gentile concessione di Radio Free Asia pubblichiamo l’articolo di Paul Eckert, che ripercorre i giudizi della Rsf sulla censura che colpisce i Paesi asiatici. Traduzione a cura di AsiaNews.

L’osservatorio globale di Reporter senza frontiere (Rsf) ha scritto nel rapporto annuale pubblicato ieri che nell’anno passato la libertà dei media nella regione Asia-Pacifico è calata in modo netto, sia nei Paesi autoritari che negli Stati democratici. “La libertà dei mezzi di comunicazione – scrive la Ong con base a Parigi – è peggiorata in modo significativo o è rimasta stagnante nella maggior parte della regione”. “Il declino ha coinvolto anche le democrazie dell’Asia dell’est, che prima erano viste come modelli regionali”.

L’Asia dell’est e del sud-est, dove ci sono quattro dei cinque regimi comunisti al mondo, figura molto male nella classifica delle 180 nazioni compilata da Rsf. La Corea del Nord si classifica seconda, al 179mo posto; la Cina si piazza al 176mo, seguita dal Vietnam e con il Laos al 173mo. Il rapporto, che stila questa classifica dal 2002, scrive: “In Cina il Partito comunista ha portato la repressione a nuove vette. Ai giornalisti non è stato risparmiato nulla, nemmeno i rapimenti, le confessioni forzate in televisione e le minacce ai familiari”.

La “visione totalitaria” di Xi

Secondo le direttive fornite di recente dal presidente Xi Jinping, prosegue Rsf, i media cinesi “devono amare il Partito, proteggere il Partito e allinearsi con la leadership del Partito in pensiero, politica e azione”. Questo “non poteva rendere più chiaro di così la sua visione totalitaria del ruolo dei mezzi di comunicazione”. Secondo lo studio, “compiere delle critiche non autorizzate è una delle tante cose che sono vietate ai giornalisti. Ciò rinforza un arsenale già formidabile, che include la legge sul segreto di Stato e il codice penale”.

Hong Kong, una regione speciale della Cina che gode di autonomia per certi aspetti, si classifica al 69mo posto per la libertà di stampa, poco al di sopra di Corea del Sud e Giappone. “I media – scrive Rsf – sono ancora in grado di riportare notizie sensibili che coinvolgono il governo locale e la Cina continentale, ma è aumentato in modo significativo lo sforzo necessario per difendere la loro posizione editoriale dall’influenza di Pechino”. La Ong fa notare inoltre che uomini d’affari cinesi hanno acquistato numerosi giornali di Hong Kong, mentre membri del Partito hanno attacco in modo violento i giornalisti della ex colonia britannica che parlavano in modo libero.

In Vietnam, scrive Rsf, un tempo un gradino sopra la Cina nella classifica delle libertà, “visto che tutti i media prendono ordini dal Partito comunista, l’unica fonte indipendente di informazioni sono i blogger e il giornalismo partecipativo, che sono i bersagli fissi di forme di persecuzione estremamente dure, inclusa la violenza della polizia”.

In Corea del Nord, che sta una posizione prima dell’Eritrea, ultima classificata, il totalitarismo del leader Kim Jong Un “continua a tenere la popolazione in uno stato di ignoranza”. “Le autorità – scrive Rfs – controllano da vicino i reporter stranieri e impediscono loro di parlare al pubblico, che vive nella paura di essere mandato in campo di concentramento per avere ascoltato una radio straniera”.

I pericoli del sud-est asiatico

In Laos, che è scivolato di due posizioni fino alla 173ma, il Partito rivoluzionario del popolo (Lprp) “esercita un controllo assoluto sui mezzi di comunicazione”. “I laotiani – continua Rsf –, sempre più coscienti della restrizione imposta sulla stampa ufficiale e dalla loro autocensura, si stanno rivolgendo ai social media”. La Ong francese ricorda inoltre che un decreto del 2014 stabilisce il carcere per coloro che usano internet per criticare il governo e il Partito.

Il rapporto del Rsf posiziona il Myanmar – Paese che ha inaugurato ad inizio mese il suo primo governo democratico – al 143mo posto, una posizione più in alto rispetto all’anno scorso. Lo studio afferma che il governo “sembra aver optato per una libertà controllata da vicino invece che una censura drastica, come quella che era in corso fino a poco tempo fa. Perciò i giornali che coprono le notizie di politica godono di un po’ più di libertà”. La stampa dello Stato in lingua birmana – continua Rsf – continua a censurarsi e ad evitare ogni critica del governo o delle forze armate”.

Reporter senza frontiere posizione la Cambogia al 128mo posto, peggiorata di 11 caselle rispetto al 2015, visto che “la stampa è tutta controllata in modo indiretto dallo Stato ed è monitorata in modo attento”. “I giornalisti – scrive il rapporto – possono pagare un caro prezzo per aver scritto di disboscamento illegale, traffico connesso all’industria ittica o ad altre risorse naturali”. Secondo Rsf le accuse più comuni rivolte ai cronisti sono quelle di “diffamazione e danneggiamento dell’immagine del Paese”.

In un messaggio che accompagna il rapporto appena pubblicato, Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, scrive: “Purtroppo è chiaro che molti dei leader mondiali stanno sviluppando una forma di paranoia nei confronti del giornalismo onesto. Il clima di paura sfocia in una crescente avversione al dibattito e al pluralismo, in un giro di vite sulla stampa voluto da governi sempre più oppressivi e autoritari, e in un giornalismo dei mezzi di comunicazione privati che è sempre più modellato su interessi personali”. 

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